«Da piccola volevo fare la psicanalista»

Accolta dal pubblico a braccia aperte, capace di calamitare l'attenzione degli spettatori grazie a una spontanea raffinatezza e all’eleganza interpretativa, Amanda Sandrelli, sulla scena del Teatro San Babila fino al 22 novembre con Col piede giusto, presta ancora una volta le sue doti attorali alla scrittura (e alla regia) di Angelo Longoni. Fedeli alle intenzioni dell'autore, la versatile protagonista e il marito Blas Roca Rey traspongono sulla scena un testo che, politicamente scorretto, fotografa con obiettivo nitido il volto cinico e amorale della società contemporanea.
Quando nasce il rapporto professionale tra lei e Longoni?
«Io e Angelo siamo legati da una grande stima reciproca che si sviluppò nel '93, quando diedi vita al suo testo, al fianco di Blas, Bruciati; poi, trascorse tre stagioni durante le quali mi godetti la maternità grazie all'arrivo di Francesco, interpretai anche Xanax».
Qual è il segreto delle opere di Longoni?
«Ha la capacità di far ridere o, meglio, sorridere, con intelligenza, senza scadere nella battuta troppo facile, scontata o banale. Per me Longoni è uno dei rappresentanti di punta del teatro contemporaneo; un autore importante, che dà forza al teatro; un’abile e instancabile penna. Trovo che sia l'erede della bella commedia all'italiana, quella classica, per intenderci: in questo spettacolo si ride amaramente, ma si impara anche a guardare in faccia ai problemi senza spaventarsi, imparando ad affrontarli come si deve».
Quindi, secondo lei, il teatro italiano è in ripresa?
«Trovo che sia un bel momento per il teatro italiano; il pubblico è positivo, disponibile ma consapevole, e lo si vede quando ti cerca in camerino per esprimerti le sue sensazioni. La platea ha voglia di divertirsi, di pensare e di riflettere; del resto, di autori ce ne sono tanti e la produzione è sempre in fermento. Duccio Camerini, Edoardo Erba: questi sono solo alcuni dei professionisti con i quali ho condiviso un percorso di crescita artistica all'insegna del teatro moderno. Peraltro, anche se esiste ancora qualcuno che sostiene che, prima di affrontare il contemporaneo, occorre addentrarsi nel teatro classico, credo invece sia molto interessante e altrettanto coinvolgente saper volgere lo sguardo al mondo dell'oggi, sempre pronto ad offrire nuovi spunti e nuovi orizzonti. Ecco perché coltivo una vera passione per il teatro dell'oggi».
Sua madre Stefania, invece, ha brillato particolarmente come attrice cinematografica; come mai questa scelta diversa?
«E pensare che avrei voluto diventare una psicoanalista... Poi, a diciannove anni, l'incontro con Roberto Benigni e Massimo Troisi fu determinante. Nonostante la felice e divertente esperienza con Non ci resta che piangere nell'84, alla fine ho preferito stare in scena come papà (il cantautore Gino Paoli, ndr) e recitare come mamma, coltivando l'amore per il teatro. Il teatro è più artigianale e la visibilità è meno importante».
Che tipo di rapporto ha con sua madre?
«Alla mia età, e soprattutto con pochi anni di differenza da Stefania, il mio rapporto si è conservato costante nel tempo. Lei è una donna molto determinata: ha sempre fatto a modo suo, senza dare consigli né riceverli, ma cercando piuttosto di trasmettere la sua coerenza, valore che oggi si fatica a trovare. Una cosa mi piace ricordare: sono stata interprete di Christine Cristina, il film con il quale quest'anno ha debuttato alla regia».