Le piccole imprese: politici inadeguati

da Milano

Il mondo delle piccole-medie imprese italiane, «spina dorsale» del sistema economico nazionale, boccia senza appello la classe politica che ha governato il nostro Paese in questi anni. È in sintesi il risultato di un sondaggio realizzato dall’Università Cattolica di Milano nel periodo 25 febbraio-25 marzo 2008, su un campione di 1200 imprese con fatturato compreso tra 20 e 400 milioni di euro, equamente divise sul territorio italiano. L’Asam - l’istituto di indagini dell’Ateneo milanese - ha sottoposto via e-mail ai titolari delle aziende un questionario di dieci domande, tutte incentrate sulla capacità della classe politica di rispondere in modo efficace ad altrettanti temi ritenuti fondamentali per lo sviluppo.
I dati dell’inchiesta sono stati elaborati e raggruppati in quattro macro-aree corrispondenti alle regioni di Nord-Ovest, Nord-Est, Centro e Sud (isole comprese). Scendendo nel dettaglio, sulla capacità di esprimere una classe dirigente in grado di guidare il Paese il giudizio è praticamente «bulgaro»: la classe politica è stata stroncata dal 98% delle Pmi nel Nord-Ovest, 96% nel Nord-Est, ma anche dall’83% del Centro e dall’81% del Sud. Sul tema delle infrastrutture, cui il sistema produttivo è da sempre sensibile, la batosta tramortisce: oltre il 90% del campione, indipendentemente dalla dislocazione geografica, ha ritenuto la classe dirigente incapace di sviluppare un adeguato sistema infrastrutturale che possa migliorare la competitività. Ma il giudizio senza appello nei confronti del governo uscente arriva alle domande sulla capacità di introdurre sgravi fiscali alle aziende e di semplificare gli obblighi burocratici: sul primo punto le Pmi sono deluse per l’85% nel Nord-Ovest, il 90 al Nord-Est, il 91% al Centro e addirittura il 95% al Sud; sul secondo la sfiducia è al 70% nel Nord-Ovest, 65% nel Nord-Est, per risalire al 70% delle imprese del Centro e al 72% del Sud.
L’unico apprezzamento, evidentemente rivolto al governo Berlusconi che intervenne con la «legge Biagi», riguarda la capacità di introdurre misure di flessibilità del lavoro, con un’approvazione dell’operato che raggiunge l’80% al Nord-Ovest, il 70% nel Nord-Est, il 76% al Centro e il 77% al Sud.