Le piccole imprese salvano il made in Italy

Il made in Italy ha retto nel 2008 grazie alle piccole e medie imprese che hanno consentito un saldo commerciale positivo per 71,5 miliardi, confermandosi una volta in più «zoccolo duro» dell’economia italiana. E la parte del leone la fa ancora una volta il Nordest. Al contrario, le grandi aziende registrano un saldo negativo pari a 92,6 miliardi di euro. È quanto emerge da un’elaborazione dell’Ufficio Studi Cgia di Mestre, secondo cui nonostante un 2008 difficile - che ha visto contrarsi produzione, fatturato, export e occupazione in buona parte dei settori produttivi - la differenza tra export e import dei settori tipici del made in Italy (alimentari, abbigliamento, meccanica, arredo-casa) ha ottenuto in termini assoluti una straordinaria crescita di 75,5 miliardi di euro (più 3% sul 2007). Di questo importo quasi la metà (precisamente il 46%) è stato realizzato dalle imprese del Nordest.
Piccolo è bello: uno slogan che non passa mai di moda, dunque. Mentre sono andati male i settori ad alta concentrazione di grandi imprese (petrolio, chimica, elettronica e auto) che hanno segnato un saldo negativo pari a 92,6 miliardi (meno 8,4%). A onor del vero, si tratta di un risultato in buona parte condizionato negativamente dal forte aumento dei prezzi registrato dai prodotti petroliferi. «Possiamo dire con certezza – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre - che nel 2008 le piccole e medie imprese, protagoniste indiscusse del made in Italy, hanno battuto nettamente le grandi aziende italiane sul terreno della globalizzazione economica».
Complessivamente nel 2008 il saldo commerciale italiano ha registrato un valore negativo pari a quasi 11,5 miliardi, con una contrazione, rispetto all’anno precedente, del 33,5%. Considerando poi i singoli settori, notiamo che tra le piccole imprese a fare la parte del leone è stato ancora una volta il settore meccanico (macchinari, apparecchi meccanici, plastica e gomma), che ha segnato un saldo positivo pari a 49,4 miliardi, pari al 69% del totale, mentre tra le grandi il caro greggio ha fatto perdere al settore petrolifero 61,4 miliardi (-26% rispetto al saldo 2007).
«Il design, il buon gusto, la qualità e la capacità di imporre i propri prodotti sui mercati internazionali - aggiunge Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre - hanno consentito alle nostre pmi di rispondere con autorevolezza alla grave crisi che soffia sull’economia mondiale. Un segnale incoraggiante che fa ben sperare sulla tenuta dell’economia nazionale visto che il 98% delle imprese in Italia ha meno di 20 addetti».
«Queste piccole realtà, spesso organizzate all’interno dei distretti industriali - conclude il segretario della Cgia - danno un contributo determinante anche alla tenuta occupazionale visto che oltre il 60% dei lavoratori italiani del settore privato è alle loro dipendenze».