Le piccole élite e il dopo-Prodi

Il fatto che l'iniziativa berlusconiana sia ancora così carica di incognite è in parte spiegabile con le manovre che il «piccolo establishment» (Confindustria-Corriere della Sera-grandi banche - ndr) ha messo in campo per mantenere una sua centralità nello scenario del potere italiano. Esaurito il «patto con Prodi», passata la paura per l'egemonismo bazoliano, le scassate élite di cui si scrive si sono impegnate soprattutto a rimuovere la questione concreta del «governo», perché questa, qualunque direzione la situazione politica prendesse, rimetterebbe in gioco Berlusconi e quel che rappresenta simbolicamente il berlusconismo, cioè che né la politica né l'economia sono predominio esclusivo di piccoli circoli «influenti».
La politica del noto «circolo decadentista» del «si faccia qualsiasi cosa pur di non mettere in discussione "oggi" il governo» si articola in mille modi. C'è l'argomentazione di base che essendo indifferentemente mediocre l'azione di cinque anni di centrodestra e di un anno di centrosinistra, il problema non è più politico ma volta per volta istituzionale o culturale o di buona volontà: tutti terreni indifferenti al programma concreto di un governo e ancor meno a questioni di maggioranze politiche. Contestualmente le questioni poste in campo sono sempre o più grandi (il sistema elettorale, la competizione «in generale») o più piccole (i «fannulloni») di quelle poste dalla realtà.
Si finisce così per mettere insieme figuracce come quelle raccolte tra giugno e luglio. Prima si mette sotto accusa il governo perché corresponsabile della degenerazione della politica, poi ci si precipita a Palazzo Chigi con il cappello in mano perché il tosto Prodi ha escluso Confindustria dalle trattative. Poi con voce alta, mentre si firma un accordino (la cui parte positiva è la riconferma di scelte fatte solo con maggiore nettezza dal centrodestra, mentre quella negativa è il finanziamento di tutta una serie di artifizi per nascondere alla propria base questa realtà) in cui ci si è infilati approfittando delle contraddizioni del centrosinistra, si dice: «Firmiamo con riserva ma "non si cambi una virgola"». Una dichiarazione che supera il livello del ridicolo. Se si hanno riserve (soprattutto su un tema come quello delle pensioni che non ha visto la Confindustria come protagonista), si dovrebbero favorire i cambiamenti, non rigettarli: ma un atteggiamento di questo tipo metterebbe in pericolo un governo che vive in precario equilibrio.
Grande parte della strategia del «piccolo establishment» è gestita dal Corriere della Sera, che ha introdotto una sola sensibile correzione alla linea politica di questi tre ultimi anni: Profumo, che era un reietto, l'unico grande banchiere su cui si poteva fare qualche pettegolezzo, è ora diventato un eroe, le cui imprese vanno esaltate. La stella di Bazoli, nonostante qualche influenza in via Solferino, appare calante anche nel grande quotidiano milanese.
È stravagante che uomini intelligenti come Ernesto Galli della Loggia e Pierluigi Battista neghino che il Corriere della Sera persegua una linea editoriale orientata da obiettivi politici e vincolata da interessi concreti. Nell'estate del 2007, grazie a una pasticciata citazione di Fassino, si è potuta rileggere una corrispondenza tra Luigi Albertini e Luigi Einaudi, nella quale il mitico direttore del Corriere ricordava al celebre economista come non avesse pubblicato alcuni articoli di quest'ultimo perché contrari alla linea del giornale e agli interessi della borghesia del Nord che il quotidiano rappresentava. Quel che è veramente cambiato rispetto a quei giorni è che al posto degli interessi della borghesia del Nord, ci sono quelli di un establishment obiettivamente un po' malridotto.
Presto, però, il «piccolo establishment» dovrà affrontare una sfida particolarmente ardua: la definizione del prossimo vertice di Confindustria. Difficile anche perché la tendenza dei manager extra politica (i casi Marchionne e Profumo di cui si è scritto) può alla lunga diventare contagiosa, tagliando l'erba sotto i piedi a quelli che vivono mischiando influenze politiche, finanziarie, editoriali, sindacal-imprenditoriali.
Il problema fondamentale della successione a Montezemolo è che non potrà essere compiuta in una di quelle kermesse che tanto piacciono al presidente uscente: in cui si parla di altro, in cui le divagazioni la fanno da padrone, in cui essere charmant è più importante che essere concreti. Nella sua ultima assemblea del maggio 2007, come abbiamo spiegato analizzandone il discorso, Montezemolo ha evitato di fare un reale bilancio di quel che ha combinato in questi tre anni di guida della confederazione. Questo non sarà più possibile quando entrerà nel vivo la competizione per la successione.
Con una maggioranza politica che si regge su equilibri precari gli spostamenti in Confindustria possono essere la goccia che fa traboccare il vaso. Perciò le pagine finali del libro sono dedicate a questo argomento che può sembrare un po' specialistico.
Lodovico Festa