Piccoli e grandi drammi di adolescenti «difficili»

Mario Cervi

Una Milano non da bere, perché è feccia. Una Milano che a molti di coloro che vi risiedono - me compreso - è poco nota, con i suoi risvolti di miseria, di sofferenza, di crimine, di abiezione. Ma una Milano sommersa - e un’Italia sommersa - con cui Livia Pomodoro ha quotidianamente a che fare,nella sua qualità di presidente del Tribunale dei minorenni. Della sua esperienza Livia Pomodoro ha voluto dare testimonianza con un libro (editore Melampo) che ha per titolo «A quattordici smetto» e che racconta di infanzie negate, di adolescenze traviate, di adozioni difficili, di immigrazioni clandestine, di violenze, di sfruttamento, di spaccio, di prostituzione.
C’è poco o niente che induca all’ottimismo in questa sfilata di «casi» dolorosi (i nomi, è ovvio, sono stati cambiati così da impedire ogni riconoscimento). Qualche lieto fine ma anche tante delusioni. Si avverte in Livia Pomodoro, che ha un concetto molto alto del suo dovere di magistrato e di educatrice, tanta frustrazione: ma non la rassegnazione al peggio. Di sicuro le procedure legali sono strumenti molto imperfetti per fronteggiare le situazioni che la Pomodoro descrive. Riaffiorano in queste pagine temi che sono stati proposti ripetutamente, quasi ossessivamente, negli ultimi anni: il formarsi d’una pericolosa delinquenza di adolescenti ad essa addestrati; l’afflusso di clandestini favorito e organizzata da mafie avide e all’occorrenza spietate; la tratta di ragazzine ingannate e vendute come merce.
La storia che dà il titolo al volumetto è quella di Dorin. «Uno dei tanti ragazzi frequentatori di una piazza di Milano tristemente nota a tutti coloro che si occupano di giovani persi. Lì si consumano gli squallidi riti della prostituzione minorile, soprattutto maschile». Prima d’arrivare in Italia questo Dorin, senza famiglia, era stato in branco, a Bucarest, con altri come lui, là aveva cominciato a prostituirsi. Non gli fu troppo difficile farsi organizzare il viaggio in Italia da protettori e lenoni ben ammanicati. Preso in una retata della polizia milanese riuscì a fuggire dall’istituto cui era stato affidato. A un compagno, romeno come lui, che lo invitava a minimizzare le conseguenze della cattura («hai un sacco di tempo davanti a te») aveva risposto: «Allora non hai capito niente! Sei proprio un cretino. Non è vero che ho tanto tempo perché io a quattordici smetto».
Commenta Livia Pomodoro: «Quel piccolo ragioniere del sesso a pagamento aveva fatto tutti i suoi calcoli con freddezza. Aveva considerato che fino all’età di quattordici anni nessuno avrebbe mai potuto incastrarlo per il mercimonio del suo corpo essendo ancora "un minorenne non imputabile". Era stato informato solo sommariamente. Non sapeva che anche dopo quell’età sarebbe stato difficile ipotizzare a suo carico reati come l’adescamento e la prostituzione. La speranza per gli inquirenti in questo tipo di reati resta sempre e solo quella di ottenere le prove dello sfruttamento».
Questi racconti di Livia Pomodoro («Aurora - la lucciola bambina», «Xin - la salvezza è alla stazione», «Thomas - la fuga dalla guerra») sarebbero di grande suggestione letteraria se fossero racconti. Purtroppo non lo sono. Sono cronache vere di realtà che esistono accanto a noi, ma che la maggior parte di noi non conosce e non vede. La povertà e la malavita sono rintanate in meandri oscuri della società. Dove sono rintanati anche i «minori» traviati o infelici - spesso traviati e infelici insieme - che Livia Pomodoro incontra, che tenta di recuperare: qualche volta riuscendoci, molte altre volte no.

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