Piccoli ricama sulla solitudine degli anziani

da Locarno

Bella scarpa, bella ciabatta. Il detto popolare, riferito all'essere validi, da vecchi, se lo si è stati in gioventù, si attaglia a Michel Piccoli, l'attore francese icona del cinema d'autore, negli anni Sessanta e Settanta (chi non lo ricorda in Bella di giorno e in Diario d'una cameriera, entrambi di Luis Buñuel, che lo lanciò ne Il fascino discreto della borghesia?). Ieri di scena al Festival, che l'ha insignito dello Excellence Award, omaggiandolo con la proiezione di Sous les toits de Paris, Piccoli si è presentato in grande spolvero, insieme a un'altra icona del cinema d'Oltralpe, quella Mylène Demongeot protagonista, con lui, del drammatico film di Hiner Saleem, il cui titolo cita l'omonima canzone romantica anni Trenta. Ma non c'è romanticismo nella storia dell'ottantenne Marcel, parigino impoverito dall'euro, che vive in una mansarda al sesto piano, senza bagno e senza wc. Ed ogni lunedì, l'anziano protagonista d'un dramma a sfondo sociologico, così poco parlato da parere muto («nelle commedie “carine” di moda, si parla troppo»), si sciacqua in piscina. Fa un caldo boia, nella Ville Lumière dove i seniores crepano d'afa e solitudine (il che avvenne realmente nell’estate del 2003, quando la Francia capì d'avere il problema della terza età abbandonata), ma per fortuna al bar c'è Thérèse (una sciupata Demongeot settantenne). E poi una ragazza, cui è morto il fidanzato, subito surrogato con il vecchio, del quale la giovane si prenderà cura. «Vado a vedere Parigi!», strilla contento Marcel, impersonato con ispida furia da un Piccoli intenso, mentre scivola, la vestaglia sudicia, lungo i muri del lugubre corridoio che lo porta dalla sua stanza al bagno. Intanto, la ragazza che lo accudisce, apre la finestrella dell'abbaino e guarda lontano, verso la Torre Eiffel. Giù aspetta Thérèse e i due vegliardi prenderanno un po' d'aria e un quarto d'ora di felicità. «Amo fare l'attore estremo. Amo le follie, i deliri dei piccoli film, dove c'è intimità col regista», spiega Piccoli, camicia in cotone celeste con la «M» ricamata sul taschino. «La timidezza è una qualità, nell'attore. Detesto i gigioni, ingombranti e pericolosi. Mi mancano registi come Ferreri, col quale feci Dillinger è morto. Totò, invece, si lasciava andare a deliri di parole, risultando magnifico: avrei voluto avere il suo talento. E poi: Mastroianni, mio formidabile amico, vero latin lover». Se, per un verso, il film del curdo Saleem rimanda a Umberto D. di Vittorio de Sica, per quel soggetto malinconico che è la deriva senile, Piccoli preferisce «il cinema italiano d'altri tempi, dai contenuti straordinari». Per Nicolas Sarkozy, invece, la star ha parole di disprezzo: «È furbo, ma non intelligente. Arrivista e faticone, cerca di nascondere l'estrema destra, cui appartiene, non riuscendovi». Quanto ai francesi, «ormai in deliquescenza», a lui sembrano vittime «d'una tivù-dittatura, sul piano artistico e politico, su misura per quei poveracci, che tornano a casa troppo stanchi, per guardarsi un film cinese o iraniano. Perché, ormai, i buoni film vengono dalla Cina, non dall'Italia, né dalla Francia o dagli Usa». Indomabile Michel: presto dirigerà Mia moglie avrà una macchina, con «une chose sexuelle», mai vista in tivù, minaccia.