Il piccolo Balasso cambia marcia da Zelig passa a «Ercole» sul Po

Massimiliano Lussana

da Genova

Chi lo ricorda nei panni dell’attore porno di Zelig, se lo dimentichi. Non perché Natalino Balasso sia un altro Natalino Balasso. Quello no, è proprio lui. Quel Balasso va dimenticato perché - a differenza della maggioranza del popolo di Zelig - ha saputo diventare qualcos’altro. Ha saputo rinunciare alla facile popolarità delle battute sui trenta centimetri, che avrebbe potuto replicare a vita, e scegliere i teatrini di provincia. Nomi di paesi che non trovi nemmeno sulla mappa delle Fs, platee di 50 - 100 persone, la Padania più profonda come minimo comune denominatore. E forse è giusto così. Perchè di quella Padania, fra il Delta del Po e il West, Balasso è un cantore straordinario, un poeta del monologo a cavallo fra Marco Paolini e Ascanio Celestini, fra Marco Baliani ed Eugenio Allegri. Dalla prossima settimana porterà in giro Ercole in Polesine, la contaminazione fra miti greci e leggende metropolitane dei bar della provincia di Rovigo. Affabulazione allo stato puro, capace di far ridere, ma anche di far respirare identità. E l’Ercole di Natalino altro non è che il diretto discendente del Cicana, del Gigi e degli altri personaggi portati da Balasso in scena insieme a Mirko Artuso in Libera nos, la traduzione teatrale della poesia di Luigi Meneghello e del suo mondo di Malo, andato in scena fino alla scorsa settimana al teatro Modena di Genova, nella stagione dell’Archivolto. Libera nos - a mio parere lo spettacolo più bello della stagione, qualcosa ai confini del capolavoro - è un viaggio nell’infanzia e nell’adolescenza dei bimbi raccontati da Meneghello, fino alla perdita dell’innocenza e al dramma.
Quasi un bildungsroman che viaggia dalla risata leggera al finale drammatico e shakespeariano. Balasso - dopo Marco Paolini, che ha (ri)scritto il testo di Meneghello con Antonia Spalivero e Gabriele Vacis - riesce a metterci il cuore. Assecondando Vacis e la sua poetica minimalista che attraversa tutti gli attori che lavorano con il regista torinese Natalino mette nello spettacolo un’anima. Che è quella di chi ha vissuto e vive quel Veneto, quel piccolo mondo antico. Prima ancora di recitarlo. Così come, del resto, il suo Ercole del Delta. Dopo averlo visto dire che «Balasso è quello di Zelig» è praticamente impossibile.