Piccolo, cronaca di una giornata particolare

Il direttore Escobar fa da guida nel lungo viaggio alla scoperta del mondo nascosto dello spettacolo

Igor Principe

Abbiamo passato un'intera giornata nel teatro pubblico più importante d'Italia, il Piccolo di Milano. Dieci ore e mezza per capire e raccontare come lavorano, per 340 giorni l'anno, i 72 dipendenti di un'istituzione culturale storica. Ecco cosa abbiamo visto.
Ore 9. Sergio Escobar, direttore del teatro, sta leggendo la rassegna stampa che gli hanno preparato Valentina e Anna. Chiama Cristina, la sua assistente: «Per favore, chiamami Rosanna prima che s'imbarchi. E mi servono anche i dati sugli abbonamenti». Rosanna Purchia, direttore della produzione e della programmazione, è ai check-in della Malpensa con altri trenta tra attori e tecnici. Destinazione Los Angeles, prima tappa della tournée americana dell'Arlecchino: un mese e mezzo su sette piazze, tra mostre dei costumi, conferenze e riduzioni del testo per le scuole. «Mi ha solo detto che è tutto pronto», dice Escobar.
9.30. Nell'ufficio produzione, Nathalie Martinelli sta scaricando la posta, ricca di immagini. In una di esse appare il gancio di una tenda coloratissima. «Vengono dall'Università centrale di Quito, in Ecuador - racconta -. A metà novembre alcuni studenti parteciperanno a Masterclass con El pueblo de las mujeres solas. Non possono portarsi dietro le scene, allora gliele facciamo noi». Di fronte a lei, Annalisa Rossini lavora sulla produzione di Madre Coraggio e di Milva canta Brecht. «Le prove di Madre cominciano a fine novembre, si va in scena a metà gennaio». Scusi, ma allora adesso cosa sta facendo? «Sto per chiudere i preparativi, che sono cominciati un anno e mezzo fa».
10. Marco Rossi, responsabile degli allestimenti scenici, consulta il piano di lavoro quindicinale per i dodici ragazzi della sua squadra. «Devo farli ruotare sulle sale milanesi - spiega -, tenendo conto che alcuni sono a Udine per Temporale, altri a Recanati per la mostra su Arlecchino e altri ancora a Los Angeles. E che c'è da fare una mostra al Museo Diocesano e un'altra per Centromarca». Poi sfoglia un quaderno di bozzetti, si ferma su un camion militare. Come si porta sul palco un bestione come quello? Rossi aspira consonanti da buon fiorentino: «O ne acquisti uno, e ti hosta una fortuna. O ricorri alle materie prime: compri i metalli, li passi al laboratorio e gli chiedi di tirarne fuori un camion. Spendi un decimo, e il risultato è lo stesso».
10.30. Nella stanza più luminosa dello Strehler, Monique Bertrand passa di tavolo in tavolo. È la responsabile della sartoria, sta controllando i campioni di stoffa per un nuovo costume di Arlecchino e le giacche mimetiche per Madre Coraggio. «Devono essere di tipo francese, inglese e tedesco. Ah, il regista ha chiesto anche delle giacche da Gulag. Ma ho sentito Lev Dodin (direttore del Maly Teatr di San Pietroburgo, ndr), ha detto che ci dà una mano».
10.40. Si va al Museo Diocesano. Escobar sale in auto, poi ci ripensa. «Passiamo dalle aule, ci sono le audizioni per il nuovo corso». Enrico D'Amato, coordinatore didattico, sta ascoltando il monologo di una candidata. La interrompe. «Scusi, signorina, ma perché ha messo là quella poltrona? Sì, quella. C'è seduto qualcuno? Sì? E allora perché non gli parla?». Nel silenzio, squilla un telefonino. Escobar si catapulta fuori dall'aula.
11.15. Al Museo, i tecnici del laboratorio costruzioni stanno assemblando una parete di tessuto nero per una mostra su Carlo e Federigo Borromeo. Farà da sfondo per un allestimento in cui, attorno a un particolare di un altare del Duomo, reciteranno alcuni attori del Piccolo. Alla riproduzione stanno lavorando i laboratori scenografici. «Andiamo a vedere a che punto sono», dice Escobar.
11.50. «Mancano un paio di ritocchi». Mauro Colliva, responsabile dei laboratori, parla davanti a un altare di polistirolo nero liscio come ceramica. È nella falegnameria, vicino a una fila di contenitori che sembrano i cassetti trasparenti delle drogherie con dentro le caramelle, con la palettona per servirsi. Invece sono le polveri per le vernici. Facendosi strada tra le scene di Lolita, di Soldati, dell'Anima buona di Sezuan, Colliva rintraccia un pannello dipinto come una mimetica. È per Madre Coraggio. «Bisogna cambiare qualcosa. Dobbiamo coordinarci con i colori dei costumi, che hanno toni diversi». Oltre a lui, nel laboratorio c'è un'altra persona: «Gli altri sei tecnici sono al Diocesano». Escobar chiede del cuoco. Non c'è neanche lui; si mangia in mensa, allo Strehler.
13.15. Vincenzo è autista per il Piccolo dal 1960. Ha davanti un piatto di polenta e formaggio, e racconta: «C'era in scena Brecht, Il buon soldato Schweik, una vita fa in via Rovello. Io ero in alto sulla torre scenica, dovevo far cadere della polvere bianca per l'effetto neve. Uè, non mi addormento mica? La neve? Eh, l' è minga vegnüda giò!».
14.30. Farid Mezabar è tedesco, ma di padre algerino. Quando parla, sembra papa Ratzinger. Sta lavorando alla tournée del Piccolo in Cina: metà ottobre 2006, un mese e mezzo a Pechino Shangai e Canton con Così fan tutte, Arlecchino e Milva. «Il confronto tra culture non è solo portare là opere della tradizione europea. In Cina ti dicono: questa è la sala, questi i tecnici, questo il prezzo. Poi te la vedi tu».
15.45. Andrea Barbato aggiorna il direttore sui progetti in corso per l'affitto sale e gli eventi collaterali. Eleonora Vasta lo chiama in editoria per mostrargli le bozze di un libro sulla storia delle tournée del Piccolo e il nuovo sistema di navigazione per il sito del teatro. Due piani più in basso c'è una riunione tra il direttore del marketing, Giovanni Soresi, e il responsabile della promozione culturale, Romano Dall'Acqua. Si discute di Benvenuti al Piccolo, l'iniziativa per far conoscere il teatro alle scuole elementari e medie. «Quest'anno portiamo i ragazzi in giro per il teatro non solo con l'animatrice ma anche con un attore in maschera - dice Dall'Acqua -. Poi bisogna organizzare i corsi di formazione per gli insegnanti su Brecht e Shakespeare. Sono per sessanta docenti, ciascuno su 4 classi. Cioè 240. Invece che portarle tutte in teatro, è meglio puntare agli insegnanti».
16.45. Lo Strehler è pieno. C’è Peter Brook che parla di Shakespeare. In platea, la media è sui venticinque anni. Fioccano le domande: sull'interpretazione, sugli attori, sull'uso della lingua: «Se non puoi usare l'inglese del tempo, usa il linguaggio più chiaro e trasparente. Evita le elucubrazioni».
18.15. Brook torna in albergo, ed Escobar riceve il dato sugli abbonamenti. «Diciassettemila e duecento - dice -. Li chiudiamo a febbraio. L'anno scorso abbiamo superato i ventimila». Febbraio è lontano. «Mai fare previsioni. Siamo in teatro».
19.30. Allo Strehler si alza il sipario su Claudio Bisio che recita Pennac. Al Grassi, sul Benessere di Brusati. Insomma, comincia lo spettacolo.