Lo Piccolo, dai confidenti segreti ecco il nome dell’erede di Binnu

Le informative dello Sco sul boss di San Lorenzo. Seguendo il filone delle estorsioni si stringe il cerchio sul nuovo capomafia incastrato dalle dichiarazioni dei pentiti

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Palermo

Tre candidati per un posto, ma c'è già il vincitore. Fra il sanguinario trapanese Matteo Messina Denaro, l'emergente Mimmo Raccuglia da Altofonte e il palermitano Salvatore Lo Piccolo, Cosa Nostra avrebbe già deciso di puntare su quest'ultimo per la successione a Provenzano. In tale direzione, infatti, convergono le ultimissime indicazioni investigative emerse nella caccia grossa a Corleone e nel difficile safari di carabinieri e poliziotti tra i vicoli di San Lorenzo e lo Zen, per mettere le mani su Salvatore Lo Piccolo, detto «Salvatorucchiu» o «Toto' u nicu», erede del boss Tommaso di Natale, irreperibile da un quarto di secolo e da sempre devoto a Zu Binnu, a cui deve l'arte del comando, la strategia imprenditoriale, il piglio trattativista.
La Procura di Palermo punta sulla «famiglia» Lo Piccolo, in tutti i sensi. Perché oltre al papà, nominato da Provenzano nel 1995 membro del Direttorio di Cosa Nostra, è latitante da sei anni anche il primogenito Sandro, uno che i galloni se li è conquistati sul campo. Padre e figlio, a differenza di Provenzano, non brigano da reclusi. Girano per Palermo, su due, quattro ruote, talvolta a piedi, sempre preceduti da scorte invisibili e da vedette impensabili. Sono una trentina le segnalazioni con avvistamenti certi fra Capaci e Carini, fino a Partanna-Mondello dove si è sentito nuovamente parlare di Lo Piccolo il 7 aprile scorso allorché i carabinieri hanno assicurato all'Ucciardone soldati del boss che chiedevano 12mila euro di pizzo a tre cantieri edili. Già, perché Lo Piccolo è considerato l'incontrastato re delle estorsioni, oltre che della cocaina, delle rapine, del riciclaggio. È feroce quanto diplomatico, un clone perfetto di Provenzano. Appena due mesi prima, anche in concidenza con il tam tam del pentimento del fedelissimo Angelo Fontana, il mite Totuccio s'era stufato dei giochetti contabili del reggente della famiglia di Resuttana, il boss Giovanni Bonanno (figlio di Armando, killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile). Così ne aveva ordinato la cancellazione dalla faccia della terra, ma alla vecchia maniera, senza spargimenti di sangue. E lupara bianca è stata, per far felice il Grande Capo in esilio a Corleone. La signora Bonanno, non vedendo più rincasare il marito, ha preso atto della novità e ha denunciato la scomparsa facendo mente locale al fratello del consorte, Francesco, che nel 2002 venne consegnato cadavere dai portantini della mafia al pronto soccorso dell'ospedale Buccheri.
Chi oggi pensa a una possibile guerra interna a Cosa Nostra per la successione a Provenzano, sbaglia. E non perché a parlare del patto di ferro fra i due contendenti è Francesco Campanella, il vicepresidente del consiglio comunale di Villabate che falsificò la carta d'identità per l'espatrio del capo dei capi a Marsiglia. E nemmeno per ciò che raccontano altri ex uomini d'onore, da Antonino Giuffrè a Giusto Natale. È così perché gli amici corleonesi reclusi in 41 bis sembrano aver capito che tutto cambierà per non cambiare assolutamente visto che gli aspiranti Padrini, ad oggi, concordano con la linea-Provenzano.
Pentiti e confidenti dell'ultim'ora, nel frattempo, stanno imprimendo un'accelerazione forte all'accerchiamento del figlioccio prediletto di Zu Binnu. Per arrivare a fargli sentire il fiato sul collo si è partiti dal rinvenimento di alcuni appunti vergati in due agende avvolte nel Giornale di Sicilia da Salvatore Biondo, detto il «lungo», rinvenuti - su spiata del pentito Giovan Battista Ferrante - in un appartamento di copertura della famiglia di San Lorenzo in località Case Ferreri: una sorta di «libro mastro» del pizzo con migliaia di estorsioni nel quinquennio '89-93. A tradurre e interpretare il documento in codice ci ha pensato per primo il noto «marmuraru», alias Antonino Avitabile, indefesso cassiere del gruppo folgoratosi sulla via della collaborazione insieme a Salvatore Cocuzza e Francesco Onorato. A cascata, con l'operazione «Notti di San Lorenzo», è crollato anche l'autista personale di Lo Piccolo, Isidoro Cracolici, affiliato alla cosca: ha fatto arrestare il super latitante Mariano Tullio Troia, non il suo datore di lavoro. Scrive lo Sco: «All'interno di Cosa Nostra il latitante Salvatore Lo Piccolo è divenuto il più stretto collaboratore del capomafia latitante Provenzano Bernardo e il più importante esponente mafioso operante sul territorio metropolitano di Palermo». C'è un'intercettazione dove Giovanni Lipari ricomprende Lo Piccolo tra i soggetti che facevano parte del giocattolo, ovvero della nuova Direzione di Cosa Nostra. «La centralità del Lo Piccolo Salvatore - scrive la Procura - è resa evidente anche dal fatto che diversi uomini d'onore appartenenti ad altri mandamenti manifestino la necessità di collegarsi con il medesimo Lo Piccolo per la adozione di decisioni concernenti la risoluzione di questioni attinenti i rapporti tra le varie articolazioni territoriali operanti su Palermo». Negli ultimi mesi Salvatorucchio parlava ormai a nome del Capo, e nessuno ne ha mai dubitato. Così, quando Zu Binnu è comparso in tv coi ceppi ai polsi, chi doveva capire ha capito che d'ora in avanti un'altra mano, e un nuovo anello, andavano baciati.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it