Piccolo e sbrindellato: è l'era dell'ombrello usa e getta che vi farà bagnare

Una volta era grande, bello robusto e ti riparava, ora gli immigrati te li vendono in strada, costano solo cinque euro ma si rompono inesorabilmente alla seconda-terza apertura con copmici risultati

Jacopo Granzotto La faccenda è quanto meno ridicola. Almeno da Roma in giù quando piove va in scena la farsa dell'ombrello che ombrello non è più. La storia è questa. Una volta alle prime gocce c'era un'allegra maggioranza che si copriva con oggetti di fortuna: giornali, cappucci, buste della spesa. E poi c'era quello, il previdente che aveva l'ombrello. Grande, lucido, il più delle volte nero, indistruttibile. Spesso di perdeva e per comprarlo bisognava andare al negozio di abbigliamento o al massimo al grande magazzino. Però, se volevi ripararti dovevi pensarci in tempo prima di uscire di casa. Ora, da quando i diluvi sono diventati un affare economico per la malavita (che impiega manovalanza del Bangladesh) gli ombrelli appaiono come l'indecente copia di quelli del passato. Sono piccolissimi e- non si scappa - si sfasciano alla seconda, terza apertura. Per «solo» cinque euro un esercito di immigrati ti insegue petulante per la città convincendoti a comprare. Poi, dopo pochi passi scopri di far parte anche tu di una triste e fradicia comunità che contro le gocce può far poco. Li vedi tutti intirizziti che maneggiano un pezzo di stoffa sbrindellato con le aste che fuoriescono pronte a cavare qualche occhio di passaggio. Una scena poco edificante e non ce n'è uno che stia bello dritto. E così le cinque euro del presunto risparmio diventano scialaquo se è vero che un ombrello così concepito può durare al massimo due giorni. C'erano una volta gli ombrelli.