«Piccolo e silenzioso, invisibile per il nemico»

Vivere a bordo di un sommergibile, anzi di un piccolo sommergibile come il Toti, significa disporre di uno spazio pro capite inferiore a quello di una cabina telefonica. E quando tutto va misurato al centimetro, con il tavolo mensa in camera di lancio che deve scomparire per lasciare spazio alla «branda calda» (ovvero il dormire a turni, sul giaciglio lasciato caldo dal compagno), l’armonia fra gli uomini dell’equipaggio è una condizione assolutamente indispensabile. A raccontare l’esperienza di servizio sull’Enrico Toti è il quarantenne ex direttore di macchina Marco Mascellani, imbarcato per cinque anni sul sommergibile e autore del libro «Delfini d’acciaio» (Edizioni del girasole, Ravenna, 2003), con il quale siamo riusciti ad entrare in contatto grazie alla sezione milanese dell’Associazione nazionale marinai d’Italia.
Come è stata la sua avventura sul Toti?
«È cominciata nel 1990, da ventiquattrenne e già direttore di macchina, strisciando in sentina per scoprire tutti i tubi. Si dividono spazi angusti, sacrificati, dove quasi trenta persone imparano a convivere in armonia. È una vera scuola di vita, ma per affrontarla serenamente bisogna innamorarsi dei sommergibili, come è successo a me».
Quale particolarità hanno i sommergibili della classe Toti?
«Sono piccoli ed estremamente silenziosi. Ciò rende più difficile la loro identificazione da parte del nemico. Molto spesso, durante le esercitazioni, mettevano a segno i loro attacchi su unità più potenti eludendo la protezione di fregate e cacciatorpediniere del partito avversario».
Qual era il significato strategico dei classe Toti?
«Quello degli anni Sessanta, ovvero della “guerra fredda”. Appena decaduto il veto sugli armamenti che l’Italia aveva per aver perduto la guerra, la classe Toti è stata creata per intercettare, controllare e scoraggiare il transito dei sommergibili del Patto di Varsavia nel Mediterraneo».
Durante il suo servizio, che comunque è avvenuto dopo la caduta del fatidico Muro, nel Mediterraneo avete intercettato sommergibili non appartenenti alle forze Nato?
«Be’, si sa, il Mediterraneo è un mare molto trafficato...».
Ci sono mai stati momenti di tensione alla Ottobre rosso?
«Mi spiace, ma non posso rispondere».
Lei però ha scritto il libro Delfini d’acciaio, un vero e proprio romanzo stile Tom Clancy, dove si racconta un’azione di guerra contro l’Algeria e certo non manca un pathos vicino a quello di Caccia a Ottobre rosso.
«È vero. Il libro è in parte autobiografico, ma il resto è fantasia. L’ho scritto per spiegare la vita nel ventre di un sommergibile e, soprattutto, per onorare i nostri caduti di mare durante i conflitti. Molti di essi sono stati completamente dimenticati».