Il piccolo gigante italiano

nostro inviato a Sestriere
Il gigante olimpico ieri: ottantadue atleti al via, una dozzina in gara per vittoria e podio, una ventina per fare da contorno sostanzioso e una quarantina come contorno folcloristico e stop. Dei quattro azzurri si possono dire tante cose eccetto che siano mai stati in gara per il titolo. Due sono usciti nella prima manche (Simoncelli e un dolorante Moelgg), Schieppati ha fatto il turista dalla prima all’ultima porta concludendo al 15° posto e Blardone, undicesimo, ha fatto segnare il miglior tempo ma, attenzione, negli ultimi ventuno secondi, quando ormai era tagliato fuori da quello che solo conta alle Olimpiadi: vincere una medaglia. Uno potrebbe obiettare che sono tre appena e che non l’hanno vinta nemmeno Nyberg (quarto), Grandi (sesto) e Bode Miller (settimo), ma c’è modo e modo di perdere. Quello che fa rabbia è la mancanza di grinta e carattere, l’essere scesi passivi, come se non fosse l’appuntamento che ti può cambiare la vita.
Sotto gli occhi di uno che il carattere in pista lo aveva, Alberto Tomba, i «gigantini» tricolori hanno confermato come lo sci maschile in Italia, a parte isolate affermazioni in coppa del mondo, quando arriva a Mondiali e Olimpiadi si squaglia. Le cifre sono impietose: ai Giochi di Salt Lake City 2002 zero medaglie e in quattro edizioni iridate o Rocca vinceva un bronzo (tre in tutto: uno a St. Moritz ’03 in slalom e due a Bormio ’05, combinata e slalom) o buonanotte. Le donne sono sempre andate meglio (e di tanto) grazie a Ceccarelli, Elena Fanchini, Karbon, Kostner, Putzer e Recchia, tutte con almeno una medaglia al collo tra St. Anton ’01 e Bormio un anno fa. Resta il buco nero di Vail ’99: zero su tutti i fronti, esattamente come finora ai Giochi di Torino.
Nel tempo si è ritirata la Kostner (da poco per maternità) e si sono smarrite tutte le altre, e non sempre per infortunio fisico. Sono in ogni modo tutte qui e tutte lente.
Ieri gigante uomini. Blardone, in lotta per la conquista della coppetta di specialità, quinto al via, dopo una mediocre prima manche (ottavo) dirà di avere trovato sassi in pista e si ricorderà (?) di avere avuto problemi intestinali per un virus che, malignità, si chiamava tremarella. Celebrata dagli altri la seconda parte, ha detto tranquillo come un maestro di sci a fine settimana bianca: «Ho fatto un po’ fatica ma non ho neanche sciato male, solo che non ho letteralmente capito cosa stavo facendo: nella prima manche credevo di essere andato piano e invece ero a portata di podio (ottavo a 0”38 dal bronzo), nella seconda credevo di essere sceso veloce e invece ero lento. Non è una giornata da ricordare, ma sono contento lo stesso (!) perché alla vigilia non ho sentito la gara, ero molto tranquillo, forse troppo. E, comunque, ho dato il massimo e non ho nulla da rimproverarmi. Se sono problemi tecnici non dovete chiederlo a me. Io faccio le porte, per il resto c’è un ct».
E il ct si chiama Flavio Roda, severo con se stesso prima che con altri: «Accetto qualsiasi critica e a fine stagione ne trarrò le conseguenze in maniera onesta perché in assenza di risultati c’è poco da vantarsi. Faccio però fatica a capire cosa stia accadendo: non sono stanchi e nemmeno stressati, anzi alcuni sembrano privi di mordente. Ho dovuto ad esempio riprendere un Fill nelle gare veloci, contento per non so cosa, forse di esserci. Purtroppo è un problema caratteriale perché finora vincono quelli che in coppa non si riposano, quelli che si buttano in più discipline. C’è un abisso tra quello che i nostri valgono tecnicamente e quello che hanno reso. Con Blardone, ad esempio, ero convinto che nella seconda sarebbe sceso per il bronzo, invece...».
Invece ecco lo sci maschile chiedere di nuovo a Rocca la medaglia finora fallita. Ha però ammonito Tomba: «Non stressiamo Giorgio, non andategli tutti addosso perché la cosa peggiore che ci possa essere per lui, in vista dello slalom di sabato, è quella di dovere gareggiare con il ruolo di salvatore della patria». Come se per saperlo il valtellinese dovesse aspettare di leggerlo sui giornali.
Paolo Marchi