Il (piccolo) miracolo di Suu Kyi: tornano i turisti in Birmania

La democrazia ancora non c’è, ma i turisti sì. Arrivano a frotte, occupano i pochi hotel sopravvissuti a decenni di isolamento e dittatura, s’aggirano tra le pagode dorate di Rangoon, passeggiano tra le rovine dell’impero britannico. Sono l’avanguardia della nuova libertà o un’illusione? Sono uno iato tra due dittature o il segno dei tempi che cambiano? Nessuno lo sa. Ma intanto sono tornati.
E a regalar altre aspettative ci pensano le voci del potere, i sussurri di un palazzo riservato per cinquant’anni ai generali e ai loro lacchè. Nelle sue stanze inaccessibili ed oscure potrebbe mettere piede anche la grande nemica del regime, l’eroina della democrazia, la donna che i generali volevano sepolta viva. A diffonder la voce, a seminar la speranza ci pensa un consigliere del presidente ricordando che - dopo le elezioni suppletive del prossimo primo aprile - Aung San Suu Kyi potrebbe non solo entrare in Parlamento, ma persino occupare un posto da ministro.
«C’è la possibilità che le venga assegnato un posto nel governo, ma se le interessano di più le questioni legislative le potrebbe venir riservato, invece un ruolo di rilievo nel Parlamento», spiega Nay Zin Latt, uno dei consiglieri più vicini al presidente birmano Thein Sein. La dichiarazione, rilanciata dalle agenzie di tutto il mondo, ha dell’incredibile. E in parte lo è. Fino a un anno fa la Birmania era uno Stato-prigione, una dittatura retta da una giunta militare asserragliata dietro le mura di Naypyidaw, la capitale fortezza edificata nel mezzo della giungla per impedire a chiunque di minacciarne la stabilità. Fino alla vigilia delle elezioni del novembre 2010 il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi era ancora il nemico numero uno del regime e scontava l’ultima delle innumerevoli condanne agli arresti domiciliari inflittele dopo il 1990. Neppure le elezioni e la sua liberazione sembravano aver cambiato la situazione. Un voto rigidamente controllato e organizzato aveva garantito la maggioranza assoluta ai candidati delle liste appoggiate dai generali. Ma ora - dopo la visita del segretario di Stato statunitense Hillary Clinton e quella del ministro degli Esteri britannico Wlliam Hague - ecco improvvisa la svolta. «Il presidente Thein Sein - spiega il suo consigliere - vuole che le prossime elezioni siano libere ed imparziali».
La dichiarazione equivale a riconoscere che quelle precedenti erano state una farsa. Ma il punto è un altro. Il punto è capire cos’abbia innescato l’improvvisa voglia di cambiamento. Per molti osservatori è il gesto disperato di un Paese soffocato dall’isolamento. Per altri è solo l’ultima mossa del grande burattinaio cinese deciso da una parte a regalare alla Birmania una parvenza di democrazia e, dall’altra, a continuare a sfruttarne le risorse naturali senza venir accusato di complicità con i suoi tiranni.
Resta da vedere quale sarà il ruolo di Aung San Suu Kyi in tutto ciò. Cooptarla nella cerchia del potere potrebbe essere una trappola per neutralizzarne il carisma. Uno stratagemma per spegnerne fama e prestigio trasformandola, agli occhi di chi ancora langue in galera o attende segni tangibili di democrazia, in una complice del regime. Ma, probabilmente, ai nuovi e ai vecchi tiranni l’opinione del proprio popolo interessa poco. Ai signori di Naypyidaw interessano l’opinione pubblica straniera, i commerci, i rapporti con quella comunità internazionale pronta a riavviare scambi politici e diplomatici. Ai veri padroni di quest’antica perla dell’impero britannico interessano i viaggiatori affamati di mete esotiche, le schiere di turisti pronti, al primo segnale di libertà, a riaffacciarsi sulla scena di uno dei Paesi più suggestivi e incontaminati dell’Oriente. Una semplice elezione farsa è bastata a farne arrivare, solo nell’ultimo anno, più di 300mila. Una poltrona da ministro regalata al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi potrebbe valerne qualche milione.