Il «piccolo Stalin» che ha fermato il tempo

Nel regime di Lukashenko l’economia è ancora autarchica e statalizzata

Marcello Foa

In Europa c’è un Paese dove il tempo sembra essersi fermato, dove «autarchia», «difesa della razza», comunismo hanno ancora un senso. Un Paese dove l’economia è ancora interamente statalizzata e dove viene impedito alle modelle più belle di espatriare in Occidente. Quel Paese è la Bielorussia, di cui molto si parla in questi giorni per la drammatica vicenda di Maria, la piccola protetta a fin di bene da una coppia genovese. Una storia drammatica, la sua, ma tutt’altro che inconsueta. In questo Paese di dieci milioni di abitanti, incastrato tra la grande sorella Russia, l’Ucraina, la Polonia e i Baltici, migliaia di bambini sono abbandonati, picchiati, seviziati in una società in rapida disgregazione. L’alcol falcidia gli uomini, che vivono mediamente solo 62 anni, e disgrega le famiglie, in un contesto di squallore e povertà. Alcuni di quei ragazzini vengono cacciati di casa da genitori degeneri, altri scappano: preferiscono la vita di strada agli abusi famigliari.
In Bielorussia c’è ancora la dittatura, l’ultima nel Vecchio Continente. Dal 2004 il Grande Comandante è Aleksandr Lukashenko, 54 anni, ex dirigente di una cooperativa agricola. I suoi oppositori lo hanno ribattezzato il «Piccolo Stalin» e non solo perchè porta i baffi. Il presidente che da dodici anni vince le elezioni con oltre l’80% dei suffragi, continua ad essere un comunista convinto, che governa il Paese con il pugno di ferro. Come ai tempi dell’Unione sovietica, gli abitanti di questa Repubblica possono avere una sola opinione: la sua. Chi dissente finisce dentro, come ben sa Alexander Kozulin, l’utopista che ha osato sfidarlo alle presidenziali della scorsa primavera.
Non ha Paesi amici, Lukashenko. Se non uno: la Russia, a cui infatti è legato da un patto di sudditanza politica e strategica. Dal crollo delll’Urss, il cammino di Mosca è stato doloroso e contraddittorio, ma su un punto nè Boris Eltsin, nè Vladimir Putin sono indietreggiati: il mercato, il capitalismo, l’imprenditoria. Il «piccolo Stalin» no: nel 2006 il governo di Minsk continua a controllare l’80 per cento dell’economia nazionale. Tutto è pianificato: industria, agricoltura, bisogni della popolazione. Gli scambi commerciali con l’estero sono inesistenti, se non con la Russia. Tutto è fatto per il mercato interno, tutto resta in casa. Ma alzando le barriere, il Paese ha perso il passo con la modernità.
Le ragazze della Bielorussia sono tra le più affascinanti al mondo: i loro cromosomi sono russi, polacchi, ucraini, lituani. E come sempre quando si mischia il sangue, la bellezza fiorisce. Sono alte, dotate di fisici perfetti, bionde, rosse, castane chiare. Qualche nome? Maria Didarova (Supermodel of the World), Irina Demianova (Miss Internet 2004) Natalia Bindasova (Miss Eurasia 2004). Fino al febbraio scorso erano contese dalle migliori agenzie internazionali di top model, ora non più. E di certo non per loro scelta. A fine gennaio Lukashenko ha deciso di porre fine a quelli che ha bollato come «sequestri da passerella». Vuole «impedire che l’esodo in Occidente delle donne migliori indebolisca la razza bielorussa». Dunque il loro fascino è diventato «risorsa strategica nazionale sottoposto a tutela commerciale». Con una sola eccezione, quella di sempre: Mosca.
Lukashenko ha puntato tutto su Putin, ampiamente ricambiato. Lo scorso 19 marzo il Cremlino ha definito «democratiche e trasparenti» le elezioni che la comunità internazionale ha rifiutato di riconoscere tanto palesi e reiterate erano le irregolarità. Il presidente russo intendeva scongiurare ad ogni costo il rischio che a Minsk andasse in scena una «Rivoluzione arancione» analoga a quella di Kiev. E così è stato: le proteste ci sono state, ma non sono state sorrette dalla piazza. All’indomani Lukashenko era raggiante, ma ora non lo è più. Perchè Putin, dopo averlo blandito, ora pretende da lui il via libera all’Unione tra Russia e Bielorussia. E per convincerlo non esita ad usare l’arma del ricatto energetico. Senza il gas siberiano il Paese non sopravvive.
Il «piccolo Stalin» è a un bivio e, per la prima volta, davvero solo.
marcello.foa@ilgiornale.it