Il «pied à terre» all’estero imbarazza la sinistra

Parigi la meta preferita dai «duri e puri» Rossanda e Curzi

da Milano

«Ma l’alba non ha dignità. È considerata solamente una scansione del tempo, un viandante invisibile e leggero. Invece non è così. Le albe che vedo da un anno sono anticipazioni di Dio». Con questa visione poetica si è guadagnato il parquet nell’appartamento di Manhattan. «Hai capito che la vita va vissuta con il coraggio della curiosità. Che bisogna infilarsi per viali alberati e viottoli sterrati che deviano dal proprio percorso naturale. Perché così il viaggio dura di più, è più vario». Con quest’altra pillola di saggezza ha sistemato l’ingresso e gli infissi per isolarsi dai rumori della Lower East Side.
«Perché credi che la mia porta sia sempre più chiusa? Perché ho paura di aprirla, paura dei vostri silenzi e dei rumori del mondo». Con questa perla invece ha comprato il divano-letto per il luminoso soggiorno. Ma alla fine il mistero rimane: come abbia fatto Walter Veltroni a vendere 225mila copie con questo romanzo d’esordio (vendita media di un libro in Italia: 4500 copie), due edizioni nei primi due giorni, e mettere insieme i diritti d’autore per comprare un appartamento di 60mq a Manhattan per la figlia Martina. Il segreto forse è banalmente lì, nel nome dell’autore. Perché, malgrado le lodi dei recensori, si fatica a trovare altro motivo per trasformare in un best seller un romanzo come La scoperta dell’alba (Rizzoli, 2006).
È anche vero che l’attesa creata per l’uscita dell’opera prima veltroniana - montata dai giornali e dallo stesso Veltroni, chiuso in un silenzio da divo obbligato all’esclusiva con l’editore: «Non posso anticipare... » - era cresciuta a dismisura negli ultimi mesi, manco fosse l’ultimo episodio di Harry Potter. Le anticipazioni di stralci dal libro sul Corriere e su Grazia, poi finalmente la presentazione ufficiale, il 31 agosto, alla Festa dell’Unità di Milano, con lo scrittore democratico Sandro Veronesi e l’attore democratico-ebraico Moni Ovadia.
Il libro è puro distillato di Veltroni al 100%. Buoni sentimenti, la forza dei sogni, la bambina down che sorride alla vita, la poetica delle piccole cose che contano più di tutto, il cuore che vince. Lo stile è bariccheggiante, abbonda di figure retoriche, si suggestiona il lettore, si tende alla lacrima sul viso. Veltroni abusa delle anafore (ripetizione della stessa parola all'inizio di ogni frase), trucchetto tipico anche dei comizi politici: «Vedo il rosso del sangue. Vedo il blu diventato grigio del mare. Vedo il celeste pacchiano dei costumi delle ballerine». Ancora, poche righe dopo: «Sono storie di piccoli eroi. Sono storie di mogli e commilitoni. Sono storie piccole nella grande storia». Altri effetti speciali non proprio di prima mano tipo: «Era domenica, quella domenica». E poi la valanga di emozioni che Veltroni riversa ad ogni riga: «... Che un sorriso, una stretta di mano, un profumo ritrovato, un gesto valessero enormemente di più della loro fuggevolezza». Violini in sottofondo.
Insomma il kit base per un buon romanzo strappalacrime. Eppure i nostri critici letterari sono andati in visibilio. Andrea Camilleri sull’Unità ha elogiato «la felicità della scrittura di Veltroni» e «la perfetta circolarità» del racconto. Sul Venerdì di Repubblica, nell’intervista di un’adorante Concita De Gregorio (da poco premiata con la direzione dell’Unità) Veltroni aveva ammesso che sì, effettivamente la sua prosa ricorda Calvino. Ma qui si apre una disputa letteraria perché invece Dacia Maraini sul Corriere, recensendo il «libro breve e intenso» del sindaco di Roma, lo aveva senza dubbio paragonato a Pirandello.
Anzi a pensarci bene è anche meglio, perché solo Veltroni nell’ultimo secolo è riuscito a ritrarre «con piglio rinnovato» il tema dell’identità sospesa di cui parlava - ma solo anticipando Veltroni - il premio Nobel. Perché è sempre la De Gregorio a chiarire le vette a cui giunge l’arte veltroniana. Il suo «non è un giallo, un noir, un thriller psicologico, un racconto metafisico, una confessione autobiografica», ma è «tutto questo insieme». È chiaro, è Veltroni la summa della letteratura italiana del XX secolo. Tra i generi manca solo la profezia. «Il romanzo è l’avvio di un congedo?», chiedeva l’intervistatrice. «Sì, penso all’uscita di scena. Lo farò - assicurava lo scrittore Veltroni -. Rinunciare a posizioni di privilegio non mi costa nulla». Un po’ più di un appartamento a Manhattan.