Piedi buoni o «brutali»? È pareggio

Estro del fuoriclasse o potenza del «settepolmoni»? Giocata dal tocco magico o Maginot pedestre del supermediano? È curioso che la risposta possa venire da un librettino che uscì nel 1954, poco prima dei Campionati del mondo in Svizzera: La psicologia del giocatore e dello spettatore di Federico J.J. Buytendijk (Vita e Pensiero). Il testo riporta una sorta di fenomenologia del gioco più amato: «L’elemento singolare e quindi specifico del calcio è unico e solo il “piede”, nel quale sta tutto il “segreto” dell’attrazione particolare che esercita il calcio, contrariamente ad altri giochi col pallone». Dunque il piede fuoriclasse sembrerebbe in vantaggio. In realtà è solo il primo tempo, perché poi lo psicologo riprende: «Il piede significa colpire con il piede, ossia una forma determinata di aggressione e un comportamento determinato nei confronti del corpo, la base di una virilità dimostrativa e la durezza che le è propria, durezza che certi chiamano brutalità». Il piede «bruto», insomma, ha pure la sua importanza nel gioco di squadra. Così è giusto chiudere con un pareggio.