Piegare «il nemico Mubarak» il primo obiettivo della strage

Il presidente egiziano doveva annunciare ieri, giorno di festa nazionale, la sua ricandidatura

Gian Micalessin

Piegare il nemico Hosni Mubarak, incrinare la strategia di Condoleezza Rice e della Casa Bianca in Medio Oriente, far tremare l'Occidente e i suoi alleati mediorientali colpendo simultaneamente da Londra al Cairo.
Dopo la strage della scorsa notte a Sharm el-Sheik la strategia e gli obbiettivi di Al Qaida sono più chiari che mai. Non attentati isolati destinati soltanto a seminare paura, ma una vera offensiva politico militare per minare gli avamposti della politica americana e dei suoi alleati. La tempistica e il simbolismo della strage di Sharm el-Sheik sono esemplari. L’Egitto e il presidente Hosni Moubarak sono assieme alla Giordania e alla casa regnante ashemita i più fedeli alleati di Washington in Medioriente. Da un punto di vista storico e pratico il ruolo dell’Egitto è però più importante. Sin dai tempi di Nasser e della sua rivoluzione, il Paese delle piramidi si è attribuito il ruolo di capofila delle nazioni arabe. Dopo aver guidato le guerre contro Israele l’Egitto è stato il primo a firmare un accordo di pace con lo Stato ebraico. Dopo l’uccisione per mano di un gruppo islamico del presidente Anwar Sadat il suo successore Hosni Mubarak è stato uno dei pochi capi di governo mediorientali capaci di annientare la minaccia fondamentalista.
Oggi l’Egitto gioca un ruolo fondamentale anche nel complesso scacchiere aperto dal ritiro israeliano da Gaza. Dopo quel ritiro spetterà al Cairo appoggiare la leadership palestinese di Abu Mazen e impedire la caduta della Striscia nelle mani dei fondamentalisti. E l’esercito egiziano dovrà contribuire assieme a quello israeliano a impedire infiltrazioni terroristiche da e per la Striscia di Gaza. Gli attentati di Sharm el-Sheik puntano ad annientare sia il passato che il presente dell’Egitto. Le stragi di venerdì notte hanno interrotto la settimana di celebrazioni dedicata al 53° anniversario della rivoluzione di Nasser e cancellato il discorso con cui Hosni Mubarak ha preannunciato, mercoledì sera, l’avvio della stagione di riforme voluta da Washington. Ma non solo.
Dopo il discorso di mercoledì sera Hosni Mubarak avrebbe dovuto, ieri, ufficializzare la sua candidatura alle elezioni del prossimo settembre e a un quinto mandato presidenziale. Invece è dovuto salire su un aereo militare e scendere tra le rovine e i feriti di Sharm el-Sheik. Fedele al proprio passato il vecchio generale si è guardato bene dal dimostrare debolezza. «Questo codardo atto criminale - ha detto - punta a compromettere la sicurezza e la stabilità dell’Egitto colpendo il suo popolo e i suoi ospiti, ma in verità aumenterà soltanto la nostra determinazione nel dare la caccia al terrorismo isolandolo e sradicandolo».
Le bombe di Sharm el-Sheik in verità mettono a dura prova sia i programmi di Hosni Mubarak, sia la strategia mediorientale del Segretario di Stato Condoleezza Rice arrivato a sorpresa in Medioriente proprio alla vigilia della strage. Nei mesi scorsi il segretario di Stato aveva ripetutamente preteso dall’alleato Mubarak l’avvio di un processo di democratizzazione capace di metter fine al ventennale stato d’emergenza e alla farsa delle elezioni a candidato unico. Contro le riforme promosse da Washington s’era scagliato Ayman al Zawahiri. Nel sermone diffuso clandestinamente ai primi di giugno l’ex leader della Jihad Islamica egiziana, ideologo di Al Qaida e braccio destro di Osama Bin Laden, denunciava la complicità dell’Egitto con gli Stati Uniti e condannava chiunque s’illudesse di metter fine al regime di Mubarak con semplici dimostrazioni pacifiche.
Poco più di un mese dopo le Brigate Azzam, filiazione locale di Al Qaida, hanno concretizzato i proclami del loro ideologo. E Hosni Mubarak deve ora decidere se scegliere la strada delle riforme o quella della lotta al terrorismo. Rinunciando alla democratizzazione e aggrappandosi alle leggi speciali rischia di veder moltiplicare le manifestazioni di piazza che da mesi mettono a dura prova la stabilità del sistema. Seguendo i consigli di Washington rischia però di rendere molto complessa la gestione della sicurezza interna. Da questo punto di vista il regime egiziano deve anche far i conti con la miopia dimostrata dopo l’attacco agli alberghi di Taba dello scorso ottobre e i due attentati suicidi susseguitisi al Cairo tra aprile e maggio scorsi. I tre attentati, tutti rivendicati dalle Brigate Azzam, sono stati puntualmente ridimensionati dai servizi di sicurezza egiziani che li hanno definiti episodi isolati.