In pieno centro l’«homeless hotel»: rifugio senza stelle per clandestini

Sul tavolo ci sono ancora gli avanzi della colazione: un vassoio di profitterol al cioccolato, qualche fetta di pane e un cartone di vino rosso aperto. Accanto alla poltrona, il primo letto, un materasso a due piazze e intorno altri due o tre giacigli fatti di stracci e cartoni. Il bagno invece è in fondo a sinistra. Una latrina a cielo aperto appena usciti dal retro di un vecchio garage abbandonato. Benvenuti all’«Homeless Hotel» di via Rovello, nel cuore della città, a due passi dal Piccolo Teatro e dal Duomo. Benvenuti nell’ultimo rifugio che disperati e clandestini hanno trovato per ripararsi dal gelo di queste notti. L’hanno scoperto i volontari della Fondazione Fratelli di San Francesco venerdì scorso insieme alla polizia locale. Dal primo gennaio e in via sperimentale per due settimane, sono loro che a bordo di un furgoncino messo a disposizione dell’Atm «svegliano» i clochard del centro. Per entrare nel garage basta aprire un portone di ferro che dà sulla strada, sotto ad un cartello con le indicazioni per gli «Hotel London» e «Hotel Giulio Cesare» - quelli veri - mentre dall’altro lato del marciapiede sventola la bandiera dell’ambasciata Tunisina. Uno spazio grande più 300 metri quadrati, coperto da un tetto di amianto fatiscente e seppellito da un pavimento di escrementi e immondizia. «Ci abbiamo trovato dieci clandestini del Salvador. In settimana faremo lo sgombero», assicura Enrico Rosio, commissario aggiunto Servizi Mirati Nucleo Centro della polizia locale che accompagna l’unità mobile diurna. «È più pulito il marciapiede - dice Walter, uno dei volontari della Fondazione -. Là dentro ci sono condizioni igieniche spaventose. Non riesco a capire come si possa vivere in quel modo». E dire che lui è abituato a vederne di situazioni drammatiche. Il suo turno comincia alle sette del mattino da Piazza Beccaria; sono in due della Fondazione, più un medico dei volontari italiani. «In questo periodo i luoghi chiusi sono sempre pieni - spiega Micaela, un’altra volontaria -. Nei nostri dormitori ci sono 600 posti letto e tutti al completo. Ogni mattina se ne presentano 25/30 nuovi». Sono un centinaio a dormire in centro, i primi ad essere svegliati sono quelli in Largo Corsia dei Servi e in Galleria del Corso, poi si prosegue sul sagrato della basilica di San Carlo. Italiani, polacchi, cechi, arabi avvolti nei loro sacco a pelo a ridosso delle vetrine dei negozi o negli angoli più protetti dal freddo. Come Milos, polacco del 1972. Si alza dal suo giaciglio con una bottiglia di birra in mano, saluta i ragazzi della Fondazione e disfa il «letto». Infila la borsa in una fessura della parete. «Mi sono già messo d’accordo con quelli dell’Amsa per fare pulizia, sono miei amici», dice scherzando. In un angolo lì vicino, ci sono anche i cartoni di un’altra compagna di notti all’addiaccio. «Noi cerchiamo di convincerli a venire in dormitorio, ma non è facile - spiega Walter -. La sentono come una costrizione per gli orari e le regole da rispettare, la vivono come l’ultima spiaggia. Ci sono coppie che non vogliono essere separate e quelli con i cani che piuttosto che lasciarli da soli, continuano a stare per strada. È gente che per disperazione o per scelta non è abituata a dormire sotto a un tetto». Ma loro, i volontari ci provano ogni giorno. Ad ognuno danno un foglietto con l’indirizzo di via Bertoni, dove i clochard possono fare una doccia, prendere abiti puliti, ricevere assistenza medica e l’indicazione per un dormitorio. Sono le sette e mezzo del mattino e Sergio è già sveglio. La mano con la sigaretta spunta da una costruzione di cartoni in Largo Corsia dei Servi. Il tempo di sistemarsi ed è in piedi, vestito di tutto punto. «Non ci penso nemmeno ad andare in un dormitorio. Sto benissimo qui, l’unica cosa che mi serve è un sacco a pelo nuovo».