Pienone nella foto, ma al Pd c’è il deserto

Una sala piena di uomini e donne: i volti attenti, tesi. Impegnati. Leggermente sfocati. Danno l’idea di individui parte di un collettivo, di un popolo colorato e consapevole. Ma è solo un sogno l’immagine «ufficiale» dell’assemblea provinciale del Pd milanese che compare in «primo piano» sul sito del partito. La realtà è quella di una sala che definire semivuota è un eufemismo. Nelle poltroncine rosse del teatro Smeraldo affondano poche decine di militanti. Qualcuno legge il giornale, altri parlottano. La scena è desolante, deprimente. E questa è la realtà dell’assemblea: lo scatto dei fotografi è impietoso.
A qualcuno era parso severo l’assessore Stefano Boeri, quando - due giorni fa - sul suo profilo facebook ha scritto «eravamo pochi, davvero pochi». A giudicarle ora, foto alla mano, le parole dell’assessore-rottamatore appaiono perfino generose.
Una prima annotazione si impone: un partito che rivendica la sua «diversità», che si vuole in «carne e ossa» e contrapposto alla plastica, quando cade in un’autorappresentazione illusoria e ottimistica della realtà, si nota ancor di più. L’effetto, oltretutto, è quello del «vorrei ma non posso».
Certo, a parziale scusante, c’è da dire che la foto sull’assemblea dei sogni sarà stata pubblicata sul sito qualche giorno prima dell’appuntamento congressuale, a mo’ di pro memoria. O di auspicio. Ecco, non è un falso in questione, semmai la abissale distanza, per usare un aggettivo caro a Boeri, fra la realtà del Pd e la sua rappresentazione.
La realtà del Pd milanese è un partito che nel corso dell’ultimo anno e mezzo ha esternalizzato la sua linea e la sua immagine politica a un indipendente, e perduta la scommessa delle primarie - un candidato centrista, un noto professionista, non lontano a una Milano che «conta» - si ritrova oggi con un sindaco (e in teoria capo della maggioranza) che non è nient’affatto intenzionato a farsi schiacciare sulla sinistra radicale, parla direttamente con la città «borghese», i banchieri, e per qualcuno potrebbe essere (meglio ancora del suo amico-nemico Nichi Vendola) il «papa straniero» di un centrosinistra nazionale in cerca di leadership.
L’asse che ha prevalso dal giorno dopo le elezioni, fin dalla formazione della giunta, a scapito del suo stesso partito, sempre un po’ snobbato, è quello fra Pisapia e tutta quell’area del cattolicesimo democratico, alla Rosy Bindi e alla don Colmegna, che è super-rappresentata nei posti che contano, e altrettanto ascoltata. Un certo squilibrio fra voti e incarichi dentro il Pd ha fatto il resto, producendo frustrazioni, personalismi e rivalità, a cui Boeri più degli altri dà voce, e che sono esplosi con la disgrazia politica di Filippo Penati.
Se alle turbolenze del Pd si aggiunge il malcontento degli alleati, dalla Federazione delle Sinistre alla sempre più scontenta (dei posti) Italia dei Valori, ai Radicali che da Roma a Milano stanno sempre più smarcando dalla sinistra ufficiale, il quadro che ne esce è quello di una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi. Una crisi che il sindaco oggi cercherà di arginare con un vertice di giunta che dovrebbe servire ad sopire i distinguo e le faide interne, che ormai sono sempre meno rubricabili a «tensioni positive», e assumono sempre più i contorni di una implosione politica che, a meno di un semestre dalle elezioni salutate come una svolta storica, darebbe il segnale del passaggio dall’illusione al fallimento.