Pier e Dario: prendersi o lasciarsi

In un sistema bipartitico perfetto la sorte di Casini e di Di Pietro sarebbe segnata. Voto di nicchia, elettorato marginale, irrilevanza politica. In un sistema bipartitico anomalo, come quello italiano, ogni crepa di uno dei due partiti maggiori crea opportunità inedite. Per Di Pietro è più facile. L’inconsistenza del Pd apre praterie enormi a sinistra in cui pascolare a piacimento. Più difficile è per Casini. A capo di un partito moderato, con un elettorato di centrodestra, l’ex presidente della Camera non può scegliere. Se torna con la destra moderata rischia di far venire meno le ragioni della rottura con Berlusconi. Se si sposta con il centrosinistra rischia di perdere voti. Per il capo di una Dc formato mignon l’ideale è non scegliere e in questa ambiguità Casini sta costruendo un piccolo sogno. Dal Pd giungono segnali di fumo. La segreteria Veltroni è stata messa in discussione per la sua vocazione maggioritaria dal tam-tam dei maggiorenti del partito che chiedevano una immediata dichiarazione di alleanza con l’Udc. È stata questa la linea di D’Alema, è questa la linea di Rutelli, che minaccia persino di costruire un polo cattolico-liberale con Casini, non v'è giorno in cui Enrico Letta non ricordi quanto sia essenziale collaborare con Buttiglione e soci. Sullo sfondo c’è la prospettiva per lo stesso Casini di prendere la guida dello schieramento di centrosinistra alla maniera di Prodi. La tentazione per il leader Udc è grande ma altrettanto robuste sono le controindicazioni. L’Udc ha un elettorato che considera normale l’alleanza con il centrodestra, è forte in regioni in cui chi vota Udc vota contro la sinistra, ha ben pochi punti di contatto programmatici con la sinistra. L’ultima intervista di Casini sull’Unità di ieri conferma che i punti di divisione fra lui e il governo sono sostanzialmente marginali. C’è nell’impostazione del leader Udc la stessa visione che su alcune questioni sembra appartenere al presidente della Camera Gianfranco Fini. Per di più Casini non accetta né potrebbe accettare un’alleanza con il Pd che prevedesse la presenza della sinistra radicale, oltre che le posizioni radicali presenti nel Pd sui temi etici. Mai così vicino al Pd per collocazione parlamentare, mai così lontano sulle questioni programmatiche. Nei due anni che ci separano dalla rottura fra Casini e Berlusconi, l’Udc non è riuscita a costruire un profilo politico autonomo. Nel periodo precedente, al tempo della Casa delle libertà, per Casini c’è stata la stagione d’oro. Il leader cattolico si sottraeva dai vincoli di maggioranza riaffermando tuttavia l’appartenenza di campo. Quando Berlusconi, fondando il Popolo della libertà, ha costretto gli alleati ad una scelta netta, per Casini si sono chiusi tutti gli spazi. Avrebbe potuto aderire, perdendo la rendita di posizione dell’alleato-inquieto, avrebbe potuto distaccarsene, come poi ha fatto. Solo che il distacco in un sistema che se non è bipartitico è comunque bipolare, porta a niente. Non è un caso che la maggiore carta che Casini pensa di avere tra le mani è il tracollo del bipolarismo e della suggestione bipartitica. L’idea, cioè, che la fine del Pd, e del Pdl, possa creare spazi nuovi per una forza centrista che torni a proporre la politica dei due forni. Il secondo punto di appoggio della strategia di Casini sta nel voler rappresentare l’anima cattolica che fa politica. Sia l’una che l’altra suggestione si stanno rivelando sbagliate. La crisi del bipartitismo imperfetto non apre spazio al centro «pigliatutto» e l’anima cattolica sembra incardinarsi assai più nella politica del centrodestra che in ogni altra diversa proposta politica. Un Casini così ondivago può trarre pochi vantaggi dalla crisi del Pd. I sondaggi stanno dimostrando che il voto in fuga dal Pd non si rivolge verso altre forze di opposizione, a parte un leggero incremento di Di Pietro, ma si colloca nell'area del non voto. Neppure l’ipotesi catastrofica della crisi finale del Pd può dare sangue nuovo alla proposta dell’Udc. Per Casini il bivio è senza scorciatoie. O si assume la responsabilità di rompere con una parte del proprio elettorato e si pone alla guida dei naufraghi dell’Ulivo o dovrà tornare a patteggiare con il Popolo della libertà. È probabile che scelga di vivacchiare. Pochi voti, molto clamore e nulla più. Non sarà lui a far paura a Berlusconi.