«Pier Paolo? Era felice soltanto sui campi di calcio»

Tra le intuizioni di Pier Paolo Pasolini ci furono i podèmi, metafora calcistica dei fonemi. Il football, che lo scrittore-regista definì «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», era infatti per lui un linguaggio perfettamente sovrapponibile a quello scritto-parlato. L’amore per il calcio Pasolini lo manifestava appena poteva: sui campetti della periferia romana così come nelle partite ufficiali della nazionale degli attori fondata con l’inseparabile Ninetto Davoli (che in formazione annoverava il giovane attore Franco Citti, il cantante Bruno Filippini, l’umorista Mario Marenco, Raimondo Vianello...). Per ricordare questo aspetto della vita di Pasolini, all’interno della rassegna che Milano dedica allo scrittore-regista in occasione dei 35 ani della morte, è stata organizzata una partita di calcio nel foyer del teatro “Franco Parenti” (domani sera alle 22.30, al termine della proiezione de La Ricotta). Ci sarà anche Ninetto Davoli (nella foto insieme a Pasolini), che così ricorda il compagno di set e di squadra... «Pasolini giocava ala sinistra, ma tirava bene anche di destro. Sono cresciuto in una borgata romana, al Prenestino, dove il pallone era sinonimo di oratorio. Io però con quei preti non sono mai andato d’accordo». «Pier Paolo a 52 anni col pallone ai piedi sembrava un ragazzino, dotato anche di una discreta tecnica. Lo invidiavo per quel “passetto” che copiava dal leggendario Biavati, mentre io giocavo in difesa con la maglia numero tre e tutt’al più potevo ricordare Gattuso...».
Pasolini aveva conosciuto Ninetto quando questi aveva appena 15 anni sul set della Ricotta, dove lavorava il fratello Marco come falegname. «Mi disse: vieni che ti presento il regista. Pasolini mi guardò con un sorriso dolce e mi fece una carezza sulla testa. Un bel giorno mi mandò a chiamare per una particina nel Vangelo secondo Matteo». Da allora in poi il riccioluto ragazzo di borgata sarà presente in quasi tutti i film del regista il quale sceglieva il cast quasi sempre dalla strada: «Quando eravamo in giro, soprattutto nei quartieri popolari, Pier Paolo adocchiava una faccia che gli pareva interessante e mandava avanti me con la scusa di chiedere un’informazione. Restava fermo a cinque-sei metri di distanza e scrutava le reazioni mimiche, i gesti dell’ignaro candidato. Se gli piaceva si avvicinava, altrimenti mi faceva segno di andare».
Il pallone, però, era sempre in macchina. «Spesso, se capitava di incappare in una partitella di ragazzi su un campo improvvisato, chiedeva di tirare due calci ed era felice come un bambino. Il giorno della partita con la nazionale attori, annullava qualsiasi impegno, dalle conferenze alle riprese di un film».