PIER PAOLO PASOLINI

C’è il sole a Ostia, questa domenica mattina. Un sole nudo al vento, quasi indifeso. Ieri è venuta una pioggia agitata che ha reso i sentieri tra le dune torrenti di fango, ma oggi c’è questo sole nudo. C’è tanto sole che sembra una giornata d’estate e non di fine ottobre. Una Ferrari blu metallizzato, nella gioia del calore, prova le accelerate su via del Mare in mezzo ai guard-rail arrugginiti, le sopraelevate e i depositi dei pullman. Strappa con il canto del motore e la spericolatezza delle manovre qualche segno di ammirazione ai vecchietti che affollano un bar tra le buche d’asfalto e l’odore della benzina bruciata. L’ultimo tratto di via del Mare è un susseguirsi di brutti palazzoni degli anni Sessanta, di parabole arrugginite, panni stesi a svolazzare, cartacce e ritrovi per i giocatori d’azzardo. Si gioca a qualunque gioco a Ostia: ai cavalli, al bingo, alle macchinette, alle carte. Dalle porte a vetro sotto le insegne luminose escono uomini che reggono tra le mani il foglio spiegazzato della giocata. Indossano giacche jeans, hanno la barba sfatta e la mascella contratta, l’aria un po’ losca e malandrina e l’odore dell’alcol: volti irredimibili di borgatari sopraffatti dalla vita. In una strada laterale si intravede una terrazza e sulla terrazza delle grandi bandiere di Alleanza Nazionale e una scritta: «Buontempo Teodoro, il deputato amico». Due vecchiette camminano a braccetto sul marciapiede, evitano una motocicletta in corsa e dicono: «Era troppo giovane per lui...». Non capisco bene di cosa parlino e mi avvicino. Ascolto di nascosto, come se quelle permanenti e quelle tinte rossastre racchiudessero qualcosa di vero. Scopro che stanno parlando di Loredana Lecciso, anche se con una insolita pietà. Questo è l’unico segno, insieme alle bandiere del partito, che mi riporti ai nostri anni, che mi strappi dall’atmosfera sospesa, antica e selvaggia, a cui Ostia mi ha condotto.
È stato qui che trent’anni fa, la mattina di domenica 2 novembre 1975, nei pressi dell’Idroscalo ritrovarono il corpo di Pier Paolo Pasolini. L’ostia è il corpo di Cristo e su questa coincidenza più di una persona ha divagato. Il poeta stava disteso bocconi, un braccio sanguinante e un altro nascosto dal corpo. Sangue rappreso sui capelli e sul naso distorto e sulle costole spezzate. Le orecchie strappate e corrose. La mascella fratturata. Il fegato lacerato. I testicoli lividi. Ci furono polemiche quando l’Espresso, una settimana dopo il delitto, pubblicò la foto del cadavere. Secondo alcuni era uno spettacolo indecente, molti lettori scrissero lettere infuriate al direttore. In quella foto lo sforzo disperato che aveva caratterizzato la vita del poeta era cessato.
Era cominciato il nostro, di sforzo, per capire.
La serata che aveva condotto Pasolini alla morte era iniziata bene, o normalmente: un incontro in una trattoria romana con Ninetto Davoli. «Al pommidoro» era un ristorante a conduzione familiare e stava nel quartiere San Lorenzo, all’epoca poco raccomandabile dopo il tramonto: troppi tossici, troppi delinquentelli, le prime estorsioni. Mirella Acconciamessa, una giornalista che cenava tra quei tavoli alla buona, ricorda Pasolini sulla soglia: contro luce sembrava più giovane, le rughe del suo viso quasi scomparivano. Ninetto era venuto a cena con la famiglia: la moglie e i due figli: uno di nome Guido, l’altro Pierpaolo. Il tema della conversazione era il prossimo film che Pasolini aveva intenzione di girare. Ninetto avrebbe avuto un ruolo difficile, di fianco a un grandissimo attore come Eduardo De Filippo. Parlarono anche del campionato di calcio. Poi venne l’ora giusta e Pasolini se ne andò via da solo, come suo solito. Pagò con un assegno leggermente superiore al conto e si fece dare degli spiccioli come resto. Non portava mai soldi in contanti nei suoi giri notturni. Al termine della città lo aspettava un’ondulata pianura che si apriva sul Tirreno. Che gli rigerminava l’anima.
Oggi il sole non lascia scampo, la gente si protegge come può, con ombrellini e visiere da cowboy. Dopo una concessionaria della Volkswagen e un ufficio postale che sembra uscito dall’incubo di un architetto - colonne di mattoni disposte a cerchio e erbacce che crescono sul tetto -, si arriva sul lungomare di Ostia. Un piazzale a forma di mezzaluna si insinua con le sue panchine sfondate, le bancarelle di chincaglierie pakistane e il molo ben recintato fin sulla sabbia scura, fin dentro le onde dove solo pochi bagnanti si avventurano. Le facce e i vestiti delle persone che passeggiano sono noti: uomini ben vestiti, le giuste borsette, la giusta linea. Un trash raffinato che sfiora la consapevolezza senza mai arrivarci. Sono borghesi durante la gita domenicale, non più i rimasugli di borgate delle strade interne. Ci sono tanti bambini che puliscono le mele alle fontanelle, che giocano coi videogiochi, che cantano l’inno italiano tutto intero. I palloncini in vendita restano legati al filo, non ha senso ornare di colori nuovi un cielo già così bello.
Pasolini diceva che la società dei consumi ci aveva reso tutti simili, che non si poteva più distinguere dal vestito e dal portamento la provenienza sociale di una persona. A due passi dal mare di Ostia, per la strada che lambisce la spiaggia, questa profezia risulta vera. Sembriamo tutti uguali, omologati. I ciclisti con l’attrezzatura in ordine, i maghrebini con le magliette taroccate. Ma al di là degli abiti e delle pose, sono ancora le facce a stupire, ancora queste facce che contraddicono ogni sguardo ideologico e sembrano uscite dal Decameron, così irredimibilmente popolaresche, così refrattarie a ogni taglio alla moda. Sono i menti lunghi, i nasi schiacciati, gli zigomi troppo prominenti, i petti troppo pelosi a legare questa tranquilla massa di gitanti al passato cruento degli anni Settanta.
La notte del massacro, dopo aver lasciato il «Pommidoro», Pasolini si era diretto, per via Tiburtina, verso piazza dei Cinquecento, che gravitava intorno alla stazione dei treni e a due cinema a luci rosse: il «Moderno» e il «Modernetta». Quella sera proiettavano Porno west e La mia carne brucia di desiderio. Piazza dei Cinquecento era il tempio della prostituzione maschile, una trincea nel centro di Roma. Pasolini stava cercando un compagno per la notte, un ragazzo di vita. Così raccontava questi incontri notturni: «Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri - e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento, tra le distese di immondizia contro i palazzi lontani, essi sono molti - non sono che momenti della solitudine». L’idea senza un corpo non valeva niente. I film erano più belli da immaginare che da realizzare, se non ci fossero stati i corpi da riprendere in sintagmi filmici che rappresentavano la vita stessa. Tra le sagome losche dei marchettari, sotto le insegne sbilenche dei cinema, ecco spuntare il corpo desiderato: «Prima di tutto sei e devi essere molto carino. Magari non in senso convenzionale... Però i tuoi occhi devono essere neri e brillanti, la tua bocca un po’ grossa, il viso abbastanza regolare...». Un corpo giovane e magro dentro cui Pasolini aveva già intuito il tradimento e il terrore: «I giovani italiani nel loro insieme costituiscono una piaga sociale forse ormai insanabile: sono o infelici o criminali (o criminaloidi) o estremistici o conformistici: e tutto in una misura sconosciuta fino ad oggi». Fece salire sulla sua Alfa Giulia uno di questi ragazzini, angelici e traditori. Il ragazzino si chiamava Pino Pelosi. Si diressero al ristorante «Biondo Tevere» e poi, nel traffico ormai diradato, verso il mare, verso Ostia.
Per raggiungere l’Idroscalo, dal piazzale a mezzaluna si deve camminare per più di due chilometri lungo la spiaggia. Prima tra ristoranti spagnoli, birrerie australiane, bagni costruiti come villaggi di palme caraibici, e poi tra qualche sparuta passerella, qualche cane che corre, qualche palma, lavori in corso. E poi in mezzo al nulla: solo la spiaggia, solo il mare e le macchine vecchie posteggiate e le villette sempre più scrostate, e la voglia di arrivare. Ma appena arrivati ci si trova un universo del tutto nuovo. Un porto dove sono attraccate navi meravigliose, con uno scorcio da metafisica primonovecentesca e un abbagliante riverbero del sole sul marmo. Qui la gente è ricca o vuole comportarsi da ricca. Un bellissimo bar offre ottimi caffè con vista sul porto. Da lontano, una barca di dimensioni stellari fa manovra per rientrare su un mare che sembra d’olio, le vele silenziose solcano l’azzurro e ogni forma di disperazione sembra bandita in questo momento immobile. Le marche dei vestiti qui sono ancora migliori, la gente è più vecchia, i bambini si moltiplicano e i gelati si squagliano ed è così preciso stare lì dentro che si può perfino sentire il profumo dei salotti ai Parioli e delle vacanze a Ischia negli anni buoni. Quasi sembra impossibile trovare parole per opporsi a questa meravigliosa stasi borghese: ma ci soccorrono ancora una volta i versi di Pasolini: «Ogni opinione pubblica è sede di terrore. Il vostro par essere un terrore benigno: attraverso esso capitoleranno tabù e fioriranno riforme».
Mi fermo per riprendere fiato, prendo un caffè e chiedo a due addetti all’ordine dove posso trovare il luogo della morte. «Ah, dove hanno ammazzato Pasolini? Segua questa strada, non si aspetti molte cose, stia attento che è pericoloso, non c’è marciapiede». Mi indicano una lunga striscia grigia, al di fuori delle barriere che dividono il porto dal resto del mondo. Mi metto in cammino. Lo scenario cambia ancora. Porte chiuse, baracche, cantieri navali che sembrano in abbandono. L’asfalto allungato sulle erbacce e sulle canne, macchine che corrono all’impazzata, sfiorando chi cammina a ogni passo pericolosamente.
Pasolini negli incontri notturni cercava: «Amori di pura sessualità, replicati nelle valli sacre della libidine, sadica, masochistica, i calzoni con la loro sacca tiepida dove è segnato il destino di un uomo - sono atti che io compio solo in mezzo al mare stupendamente sconvolto. Piano piano le migliaia di gesti sacri, la mano sul gonfiore tiepido, i baci, ogni volta a una bocca diversa, sempre più vergine, sempre più vicina all’incanto della specie, alla norma che fa dei figli teneri padri». Con Pino Pelosi si fermò per la benzina sulla via Ostiense, poi prese via del Mare e poi raggiunse Ostia e forse vide gli stessi palazzi che oggi la popolano, vide i panni stesi e il lucore della luna, e in fondo il mare sconvolto che riverberava la sua forza. Voltò a destra, guidò fino a quando la via diventava uno sterrato che si inoltrava verso Fiumicino, tra le canne e il fango. Fino a un campetto di calcio. Qui fermò la sua Alfa Giulia. Qui venne ucciso, nel modo che tutti sanno.
Non credo che una verità giudiziaria ricostruita trent’anni dopo serva a qualcosa, anzi, credo che non serva proprio a nulla. Credo che ci servano i nostri bisogni, le nostre speranze, i nostri riti laici e civili. Credo che ci serva la nostra coscienza, non il pettegolezzo della coscienza.
Serve camminare da soli per questa stretta strada assolata, dove sfrecciano le macchine, dove suonano i clacson, dove ogni casa è una baracca. Dove ogni ricordo è una maceria. Serve sudare e schivare i mosconi, le vespe e le cimici. Serve costeggiare questo muro di filo di ferro che racchiude un grande rettangolo di terra brulla e incolta. Un cuore selvaggio stretto fra la periferia squallida di Ostia e la meraviglia del porto romano. Fra i due poli che costituivano il mondo stesso di Pasolini: il potere e i suoi segni, il sottoproletariato e l’oscena mancanza di segni. Fra questi due poli, a Ostia, c’è un rettangolo selvaggio, demanio dello Stato, un rettangolo recintato di dune, di canne, di sterpi, di acquitrini. Un rettangolo in cui è impossibile camminare, che è una gigantesca tomba, che resta identico a ogni natura prima di riformarsi in giardino o bosco. La natura oscura dei rettili e delle rane, dove ronza di lietezza lo sterminato strumento a percussione della luce e del sesso.
Ecco, qui, dopo quasi un chilometro di camminata, sopra due pali è appeso un cartello. È un cartello di lavori in corso. «Monumento a Pierpaolo Pasolini». Al di là del cartello il luogo della mattanza. Un camminamento di pietre. Delle pale, dei badili, dei fili di plastica bianchi e rossi, dei tubi, dei bidoni, del cemento. Una piccola betoniera, dei caschi da operaio gettati sulle canne. Un sentiero circonda il cantiere, un sentiero affondato nella melma. Inutile dire la tristezza che dà un cantiere abbandonato. Inutile cercare di spiegare il senso di solitudine, rotto solo per pochi istanti da una famigliola che si è persa e che cerca l’oasi della Lipu. Inutile ricordare l’immondizia e i copertoni in fila sull’asfalto.
Il nostro rito si è poveramente concluso. Si è concluso come era iniziato. Con una morte selvaggia in mezzo alla natura selvaggia, in mezzo a qualcosa che sta prima del lutto. Tra le pietre e l’orrore su cui nostri antenati edificavano il culto ai loro morti.