Piera Degli Esposti: «Voglio far conoscere Campanile ai giovani»

«Un’indimenticabile serata» in scena al Parenti diretto da Antonio Calenda

Paola Fucilieri

«Ho un debole per Milano. Da sempre. E non m'importa se quest'aria non è proprio l'ideale per i miei polmoni. Milano è attraversata da un'anima artigianale e artistica che corre instancabile, sotterranea, introvabile altrove. È il brulichio laborioso della bottega dove si crea, si produce, si discute, ci si evolve in continuazione. Un substrato che sembra dormire sotto una superficie patinata e consumistica ma che, in realtà, pulsa in continuazione. A Milano, quando parlo con Lella Curiel o Krizia parlo con delle artigiane».
Torna al grande amore Piera Degli Esposti. Torna alla Milano che non la delude mai e allo spirito disarmante, costruito sul paradosso del gioco linguistico e del collage di musica, poesia e gioco d’equivoci intelligenti di Achille Campanile (Un'indimenticabile serata, regia di Antonio Calenda; da stasera fino al 5 marzo al Teatro Parenti) portato per la prima volta sul palcoscenico milanese dall'attrice nel ’96.
All'inizio ti sembrava una sfida interpretare Campanile. Eppure ti piace. Lo si capisce da come amplifichi il suo umorismo attraverso note comiche che ci si aspettava non possedessi.
«Sì. Perché è un ruolo comico e ironico, dove faccio la donna e l'uomo, metto cappellini e velette, disserto di cibi e amore (ricordiamo «gli asparagi e l'immortalità dell'anima», ndr). La gente era abituata a vedermi come Piera delle Medee e delle Cleopatre (interpretò l'ancella di Medea-Maria Callas nel film di Pier Paolo Pasolini, 1969, ndr) o in ruoli d'intensa drammaticità come Orestea eschilea. E all'improvviso, mi sente parlare dell'inventore dei fichi col prosciutto, passando per le opere che Molière faceva sentire alle sue cuoche per capire se potevano avere impatto sulle menti meno erudite. Tutto in chiave umoristico-paradossale. Che all'estero ho notato piace sempre moltissimo. Ma che a noi, abituati a un'altra comicità, a un umorismo più dialettico, credevo non garbasse tanto».
L'ironia di Campanile è geniale. E molto attuale. Quasi quanto quella di Ennio Flaiano. È per questo che punti ai giovani?
«Quando dico che lo voglio vendicare è proprio per il poco successo che ha avuto in vita, per il silenzio e l'emarginazione che hanno avvolto i suoi lavori contrapposti al successo immediato e diffuso che, da subito, hanno avuto altri geni ai quali lui non ha nulla da invidiare, come appunto Flaiano. Avvicinarsi a Campanile significa non perdere mai la leggerezza, saper ridere di noi stessi. Come tanti attori anch'io sono impressionabile e drammatica; Campanile fa uscire il mio “io” solare, aiuta la mia parte oscura. Credo che i giovani siano attratti da questo suo pensiero. E, perché no, anche dal mio percorso artistico».
Spiegati.
«La mia carriera è stata all'insegna del contropiede. Bocciata all'accademia d'arte drammatica ho poi fatto film con registi del calibro della Wertmüller, di Pasolini, Moretti e adesso Tornatore. Insomma: volevo fare teatro e, invece, ho iniziato con il grande cinema, esattamente l'opposto di quello che accade ai giovani d'oggi che si sentono quasi “costretti” a rivolgersi al teatro».
«Per questo - continua - mi sento una outsider. E il mio percorso credo possa insegnare - a chi vuol fare questo mestiere ma anche ad altri giovani, che vivono il problematico dilemma di riuscire a fare il lavoro che amano - che non tutti i bimbi iniziano a camminare in fretta, ma che questo non significa necessariamente dover gettare la spugna. Così come il fatto che io faccia televisione solo adesso, mostrando da vicino la mia faccia - che non è più soda e certo non è bella - è un incoraggiamento per i giovani a credere nel talento».