Pieraccioni sale in cattedra per un giorno

«Ho capito di voler fare questo mestiere a sette, forse, otto anni, quando mi sono reso conto che preferivo dire sciocchezze piuttosto che cose sensate, con l’unico obiettivo di far ridere chi mi ascoltava. A scuola, durante le interrogazioni, non riuscivo a trattenermi: se vedevo che l’attenzione del pubblico, ossia la classe, stava calando, dicevo qualcosa di buffo. Prendevo quattro ma suscitavo grandi risate. Avevo, perfino, dei tormentoni. Quando parlavo dei Promessi Sposi, in qualunque scena o contesto, introducevo i bravi. I miei compagni lo sapevano e cominciavano a ridere non appena dicevo: “E poi arrivavano i...”». Non poteva che aprirsi con un ricordo della sua vita da studente l’intervista-evento a Leonardo Pieraccioni, con cui, martedì scorso, Radio Luiss, web-radio dell’ateneo universitario Luiss Guido Carli, ha inaugurato la nuova stagione di programmazione. Dal debutto, avvenuto a settembre 2006, la radio e i suoi giovani conduttori - tutti studenti o neo-laureati - hanno incontrato diversi personaggi noti, nel tentativo «di accostarsi al mondo del lavoro, divertendosi».
A intervistare il regista-attore sono stati tre conduttori e un imitatore - poi scoperto da Pieraccioni dietro un pannello - sotto l’occhio vigile di Pier Luigi Celli, direttore generale dell’istituto. Vari gli argomenti. Dal classico “Ami la radio?”, cui Pieraccioni ha risposto con un sarcastico “Per me potrebbero abolirla”, al doveroso commento sull’ateneo, «Sembra un villaggio vacanze. C’è anche l’opzione studio?». Per arrivare al racconto di quella che l’attore toscano definisce la sua «vocazione alla bischeraggine»: «Sono felice di essere così, smusso gli angoli della vita. Mi piacerebbe avere un figlio dotato di questo tipo di spirito, ma è una cosa con cui si nasce». Non sono mancati consigli per chi volesse tentare una carriera nello spettacolo. A partire da quello datogli da Alberto Sordi: non perdere mai il contatto con la realtà, anche quando si diventa famosi. Ma come fa un giovane a capire se ha la vocazione? «Ce l’ha chiunque pensi di fare questo lavoro e non punti a professioni più naturali come avvocato o architetto. Perché fare l’attore significa cercare perennemente lavoro. Ma è un’attività meravigliosa, che si nutre della tua energia: quella che dai al pubblico e quella che il pubblico ti restituisce con gli applausi». Poi una nota dolce-amara: «A fare questo mestiere oggi ci si sente avvantaggiati. I grandi caporali come Sordi, Mastroianni e Gassman non ci sono più. Continuiamo a lavorare con altri linguaggi. Siamo solo dei piccoli Salieri, loro erano i Mozart».