Pierferdi, è lui l’ultimo antiberlusconiano

Siccome è vero che la fortuna è cieca ma la rogna ci vede benissimo, e siccome è vero anche che le disgrazie sono come le ciliegie - arrivano sempre in coppia - domani sera Pierferdinando Casini a Porta a Porta si troverà di fronte a Piero Fassino. L’accoppiamento gli provocherà qualche brivido nella schiena. Perché Fassino, dopo che Veltroni ha preso il suo posto e perfino i birmani gli hanno fatto capire che non hanno bisogno di lui, è il desaparecido della politica di oggi. E Casini, dopo che Berlusconi ha cominciato perfino a farsi negare al telefono, rischia di diventare il desaparecido di domani. Guardando in faccia Fassino nel salotto di Vespa, è probabile che Casini proverà la non gradevolissima impressione di riflettersi in una specie di specchio magico che gli restituisce la sua immagine futura. Forse gli verrà in mente quella frase scolpita sulle lapidi di alcuni camposanti a fianco delle foto dei cari estinti: «Voi siete quello che noi fummo, noi siamo quello che voi sarete».
Pierferdi è ancora bello, giovane e brillante. La campagna elettorale da candidato premier - e non più da semplice spalla del Cavaliere - gli restituirà, per un verso, slancio e vigore. Perfino visibilità. «Ma anche» (direbbe Veltroni) l’angoscioso pensiero di aver aperto, ancor così giovane bello e brillante, la pratica per il prepensionamento. E pure l’umiliazione di dover andare a bussare alla porta degli ex transfughi dell’Udc per cercare conforto e voti. Per supplicare alleanze. Per convincerli a stare insieme al centro, lui che aveva detto loro che andare al centro era un errore, che bisognava stare con la destra.
Gli ex - perfidi come sono tutti gli ex - hanno già cominciato a farsi pregare; e a fargli capire che gliela faranno pagare. La Rosa Bianca - che parte con un patrimonio elettorale di ben tre voti sicuri: quelli di Baccini, Tabacci e Pezzotta (i familiari non si sa) - dice che l’alleanza con Casini è tutt’altro che scontata. «Non chiude all’ipotesi di un dialogo con l’Udc», fa sapere; ma Pezzotta «precisa comunque che questa apertura di dialogo ha come precondizione la pariteticità». Insomma Pierferdi non si illuda di trattare da una posizione di forza. «Siamo molto corteggiati», fa sapere Tabacci. Baccini, l’ex reprobo che se n’era andato ben prima dello strappo di ieri, nei confronti del suo ex capo è ancora più gelido: «Mi sembra che in questa vicenda della rottura Casini-Berlusconi ci sia poco di politica, forse niente. Vedo dei personalismi, dei giochi e dei giochetti». Infine Follini, l’ex vicepremier che Berlusconi aveva definito «una metastasi da espellere», con Casini non è gelido, è perfido: «La scelta dell’Udc è più figlia della necessità che della virtù. È un ripiego». Quando si dice la Nemesi, o la legge del contrappasso: adesso è lui, Casini, a dover scendere a patti con i centristi.
Abbandonato senza neppure essere stato sedotto, Pierferdi sembra aver capito che gli è rimasta una sola arma per non scomparire. L’arma che ormai non usa più nessuno: l’antiberlusconismo.
Solo con l’antiberlusconismo, infatti, Casini si può distinguere.
Veltroni va a Porta a Porta e cita solo tre volte il Cavaliere, e per giunta di quelle tre citazioni due sono per fare i complimenti? Casini invece picchia giù duro. Non dice solo che ha rotto l’alleanza: dice che Berlusconi è uno che gli alleati li compra. «All’onorevole Berlusconi - ha detto ieri a Mestre - voglio dire una cosa semplice e chiara: in Italia non tutti sono in vendita».
Veltroni evita come la morte di nominare il conflitto di interessi? Casini invece definisce il Popolo della libertà «una formazione politica che tutela forse più certi interessi che quelli generali».
Veltroni vieta ai suoi di far ricorso al vecchio armamentario del modello berlusconiano tutto carriera e successo, danee spettacolo e Suv parcheggiato in seconda fila? Casini invece da Mestre attacca Berlusconi non solo dal punto di vista politico ma pure da quello culturale: «I modelli che si trasmettono ai giovani sono quelli di chi vuole fare i soldi o di chi vuol fare la velina».
A conferma di quanto sia bizzarra e imprevedibile la vita, Casini si trova a recitare un ruolo paradossale. Lui da sempre emblema della moderazione, lui profeta del dialogo, diventa all’improvviso l’unico superstite della politica muscolare in una campagna elettorale all’insegna del bon ton. Lui che diceva «bisogna abbassare i toni» è costretto a mostrare le tonsille proprio ora, quando a sinistra si sono liberati degli estremisti e quando Berlusconi ha smesso di parlare dei comunisti, fa gli auguri a Veltroni e pure a Bertinotti.
Perfino Fassino ieri ha detto: «In campagna elettorale non parleremo di Berlusconi». Perfino Nanni Moretti non annuncia girotondi. Perfino l’Unità pubblica interviste a Fedele Confalonieri. Forse la guerra è finita, e a combattere è rimasto proprio lui, Casini, quello che voleva pacificare un’Italia che una volta - ricordate? - era divisa in due.
Michele Brambilla