Il «Pierino» Vittorio Sgarbi non finisce in bocca al lupo

Al Festival di Cortona il critico d’arte voce recitante della favola di Prokofiev

Pietro Acquafredda

da Cortona

«Ni pukha, ni pera». Con questo messaggio in codice, lanciato all'indirizzo del direttore-violinista Dmitry Sitkovetsky, Vittorio Sgarbi, in maniche di camicia, ha avviato, davanti all'orchestra Giuseppe Verdi di Milano, il racconto della favola di Pierino e il lupo, come la concepì , testo e musica, Sergej Prokofiev, a metà degli anni Trenta del secolo passato, derivandola da Perrault. Nelle mani di Prokofiev, la favola muta radicalmente: qui è Pierino a rendere innocuo il lupo feroce; semplicemente giocando d'astuzia, riesce a mettere ko il pericoloso animale che consegna ai cacciatori, avvalendosi della collaborazione dei suoi amici animali. Pensate un po’, nell'impossibile impresa gli danno una mano un uccellino, un gatto, e un' anatra che deve purtroppo sacrificarsi per la causa, finendo viva nella pancia del lupo.
Da Sgarbi, ben noto Pierino della cultura e della politica, tutti si attendevano chissà quale provocazione, anche perché gli ultimi Pierini italiani, Roberto Benigni e Dario Fo, il secondo molto più del primo, ci avevano abituati a questo. Dario Fo, ad esempio, trasformò il racconto della celebre favola in una metafora non sottintesa di Tangentopoli, con alcune punte di autentico stravolgimento, come quando nei cacciatori che sparano all'impazzata sul lupo, ormai prigioniero, giunse a vedere un plotone di Ss che sparavano su innocenti. Quando è troppo è troppo. Sgarbi ha voluto provocare, ma andava in direzione opposta. La favola - ha dichiarato - attinge la sua forza di denuncia proprio dal candore del racconto, talvolta anche dall'anacronismo di molti dettagli. Se la si stravolge si trasforma in un comizio o in un trattato, in un'altra cosa. E del resto lo si doveva intuire, ricordando che per una regia del Rigoletto, che tutti si attendevano trasgressiva, Sgarbi fece il bravo scolaro e l'ottimo critico d'arte, come promette di fare l'anno prossimo quando, per il Don Giovanni di Mozart, si rivolgerà a Caravaggio e per la statua del Commendatore allo scultore Giuseppe Ducrot, lasciando per il resto che sia la musica a parlare.
Perciò Sgarbi ha cominciato come si comincia ogni favola. «Posso raccontarvi una favola?» ha detto. «Quella che sto per raccontarvi comincia come tutte le favole: c'era una volta... ma a differenza di tante altre favole - ha proseguito - questa è una favola di parole e musica, anzi più musica che parole» e via con la presentazione dei personaggi, degli strumenti che li incarnano e degli idiomatismi sonori che li rendono immediatamente riconoscibili.
Alla fine si è ancora in attesa almeno di una battuta, di una punzecchiatura, altrimenti che sta a farci Sgarbi? Invece neanche questa. La favola fila liscia fino alla sua conclusione, con il lupo che viene condotto al giardino zoologico da Pierino, i cacciatori, l'uccellino e il gatto, mentre tra il frastuono della marcia, s'odono i qua qua dell'anatra che il lupo s'è pappata viva. Allora l'unica provocazione potrebbe essere stata quella battuta iniziale in russo. Neppure quella, perché voleva semplicemente dire: «In bocca al lupo!».
La seconda parte del concerto, affidata al baritono Hvorostovsky che ha cantato arie da opere ed ha chiuso con Parlami d'amore Mariù, si è conclusa fra gli applausi scroscianti e lunghissimi del pubblico per gli ottimi solisti e la prestante orchestra Verdi di Milano.