Del Piero, è giusto che stia in panchina?

Si infiamma il dibattito su &quot;Pinturicchio&quot;. Opinioni a confronto: &quot;Sì, è giusto, perché merita un premio per tutto quello che ha dimostrato ma non il posto fisso&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=267615">&quot;No, perché se non serviva era inutile chiamarlo&quot;</a></strong>

Mai rimescolare le carte prima di servire la mano d’apertura. Il calcio non è il poker d’accordo ma risponde a precetti diversi che attengono alla chimica tra gli uomini oltre che alla magia di una formula astratta, tattica cioè, che pure nasconde nelle sue pieghe criteri scientifici. Per esempio le caratteristiche dei singoli esponenti della squadra, per esempio la compatibilità di un geniale campione con il resto dello schieramento. Se c’è Maradona o Van Basten, Kakà o Ibrahimovic si può capovolgere la scansione: prima uno di loro e poi altri dieci, magari anche alla rinfusa. L’osservazione generica invece vale per Alessandro Del Piero, magnifico solista del gol, reduce da una stagione folgorante e adesso costretto a guardare dalla panchina il debutto degli azzurri qui a Berna contro l’Olanda.

Tenerlo fuori, ai bordi del torneo, non è un lusso e neanche un capriccio ma un bisogno condiviso, spiegato da almeno due motivi: 1) Del Piero è ideale nella formula del 4-4-2, come secondo attaccante, musa ispiratrice della torre mentre l’Italia di Donadoni gioca con il 4-3-3; 2) Di Natale, decisivo protagonista della qualificazione, è uno dei più in forma dei 23, sa servire alla perfezione Toni, sa spendersi a favore dell’equilibrio complessivo rinculando a centrocampo, in copertura. È vero, Del Piero non è il tipo da utilizzare a partita in corso: quando interviene dalla panchina non riesce a incidere sul corso degli eventi. Gli accadde a Dortmund, in semifinale contro i tedeschi, ma fu la classica eccezione alla regola codificata. Perciò si può pronosticare, nel caso di bisogno, un coraggioso ricorso al talento sregolato di Cassano dotato di maggiore incisività e forse anche di una speciale ispirazione, al momento. La graduatoria di Donadoni è questa.

Del Piero è qui, a Berna, per merito proprio. Non ha partecipato se non per caso a qualche tappa del biennio di Donadoni che, dopo l’esibizione sbiadita contro la Francia, lo tenne a casa a meditare sulla disponibilità da offrire al gruppo. Il suo comportamento, pubblico e privato, è inappuntabile. In allenamento è una piccola furia anche se lo spunto di una volta, il dribbling fulminante, gli riescono uno su tre. Con i più giovani della compagnia, Cassano e Chiellini, Aquilani, è generoso di consigli e suggerimenti. Alla fine sarà premiato, difficile immaginare come e quando: lo stabilirà il destino che in Nazionale gli ha voltato le spalle troppe volte per tradirlo ancora. Sarà premiato perché se lo merita e perché questa è la sua ultima occasione. Impensabile che possa continuare la carriera azzurra dopo l’Europeo, puntando al mondiale del Sudafrica come invece promette Cannavaro. Alex chiude qui. Meglio con un applauso a scena aperta.