Del Piero, missione compiuta ma è una punizione esagerata

nostro inviato a Torino

Basta Del Piero per inseguire l’Inter. Ma non basta questa Juve. Il campionato grandi firme dimostra che gli allenatori servono a poco, se non vengono santificati dalla bravura dei giocatori che contano. Ieri Del Piero ha calciato tre volte verso la porta: il primo tiro è stato uno sbuffo, un calcetto senza forza diretto al portiere, il secondo è finito in gol, col terzo (punizione a inizio ripresa) ha mandato palla all’aria. Due tiri su tre figli delle sue punizioni. Alla prima domanda: ce la fai o no? Del Piero ha dato la risposta che conta e che vale. Quarto gol su punizione in campionato, sesta realizzata nella stagione: quasi tutte decisive ai fini del salmo finito in gloria. Contro Roma e Chievo la prima rete (finì 2-0), contro il Siena l’unica della partita. Con lo Zenit il solo gol, contro il Real Madrid quello che ha regalato piacere e sicurezza. «E questa è simile a quella segnata agli spagnoli», ha ricordato l’interessato. Solo contro il Palermo fu bravura inutile. Sì, è chiaro serve anche l’aiuto della squadra. Del Piero non può far tutto da solo. Ma questo assolo sottintende un’altra specialità juventina, quella che garantisce circa la voglia di non mollare le piste dell’Inter. La Juve, più dell’Inter, ha giocatori di personalità, capaci di prendere in mano la squadra nei momenti che contano. Amauri (i suoi gol sono valsi 13 punti), Nedved, Camoranesi (per il poco che ha giocato) Chiellini, Sissoko spuntano quando la squadra arranca, va in affanno, magari non trova la logica di un gioco che non è proprio una bellezza. Tutt’altro. L’Inter approfitta di tutte le occasioni che forza sua e buona sorte le concedono. La Juve qualcosa spreca, ma quasi mai vien abbandonata dalle stelle. È una battaglia fra squadre ciniche. Non a caso i bianconeri sono micidiali nei 15 minuti che precedono l’intervallo: finora, recuperi inclusi, hanno segnato 11 gol, un simbolo di potere in campionato, perchè nessuno ha fatto tanto. Oggi Juve e Inter sono praticamente in parità nei gol fatti e in quelli subiti. fa peso la differenza dei punti, perchè evidentemente l’Inter ha sfruttato meglio il raccolto.
Ieri ci voleva una prova di forza, l’Inter aveva perduto due punti, la Juve non poteva permettersi di non vincere. È stata dura, ma il segnale c’è stato. La Juve si è ripresentata con uno squillo di tromba. Non importa se, ascoltando bene, qualche stonatura c’è stata. Il Siena aveva rischiato di sforacchiare l’Inter nell’ultima partita del 2008. Stavolta ha provato ad addomesticare la Juve, pur senza farle venire gran brividi. Qualcosa nel finale, ma poca roba. La Juve aveva ruggine addosso, ma il tanto è bastato per convincere alcuni giocatori. «Ci ha messo in difficoltà più dell’Inter», ha garantito Galloppa. Può darsi, anche se la Juve ha tirato poco e male in porta, ha tenuto guardia difensiva molto stretta, preoccupata dall’assenza di Chiellini, ha ansimato a centrocampo dove, invece, dovrebbe dimostrare la superiorità sull’Inter.
Il Siena ha ingaggiato un autentico corpo a corpo da quelle parti, ma ha raccolto la quarta sconfitta consecutiva. Il settimo gol della stagione (162º in totale) di Del Piero ha rilanciato il campionato, che gliene sarà grato, e nascosto il refrain stagionale di questa Juve: brava, vogliosa, determinata, però sempre sul filo del vorrei ma (forse) non ci riesco. Tanto che Cobolli Gigli ha ammesso la sofferenza. «Abbiamo recuperato due punti all’Inter, ma nel finale mi è venuto il mal di pancia. Per fortuna c’era Del Piero». Vero, i tiri di Ghezzal, nel finale, e quel colpo di mano di Legrottaglie sul quale il Siena ha glissato con fair play, avranno provocato dolori intestinali a tutto il mondo juventino e la consapevolezza che la causa va servita con dedizione e con qualche uomo di qualità in più. Il gioco della Juve non sarà mai esaltante. Ieri è stato il solito polpettone. Amauri ha continuato a lottare e sgomitare. Mai come ora Trezeguet e il suo fiuto sarebbero indispensabili. La qualità fa la differenza: Del Piero lo ha dimostrato. Quest’anno, è chiaro, non vince chi gioca bene. Ma chi se la gioca bene.