Del Piero: «Di nuovo magico» E La Juve oscura il Processo

Alex in Baviera per provare una nuova scarpa: «So gestirmi meglio, grazie a mia moglie»

Franco Ordine

«Basta ’a salute e n’ par de scarpe nove / pòi girà tutt’er monno... » Chissà se Alessandro Del Piero conserva tra i suoi ricordi da bambino il testo di «Tanto pe’ cantà», anno 1932 la data di nascita della canzone firmata Petrolini, resa popolare da Nino Manfredi. Se ne rammentasse il testo, «è ’na canzone senza titolo», potrebbe cantarla a squarciagola di ritorno dalla Baviera e dalla visita nello stadio che prossimamente vedrà il Milan sulla scena della coppa campioni dove una celebre ditta del settore ha presentato ieri l’ultimo modello di scarpa da calcio. Si chiama «+F50Tunit», non è un bolide di formula uno ma un tipo di scarpa speciale, scomponibile, ogni calciatore, pensate, se la può costruire su misura adattandola alle proprie esigenze e caratteristiche. Nelle scarpe nuove di Del Piero c’è forse il segreto della sua seconda giovinezza, esibita in modo sfacciato domenica notte a San Siro, con quella linguaccia, che è una strepitosa firma in calce alla sua prodezza balistica, al sigillo che vale un campionato e uno scudetto, l’ennesimo.
Castigo pesante per l’Inter ed esempio nitido per chi considera un vilipendio al proprio talento la panchina. «Sono tornato quello degli anni magici» confessa Alex nel corso del suo viaggio da Torino a Monaco alla scoperta del paio di scarpe dopo aver sofferto qualche pena, aver subito qualche umiliazione di troppo e aver resistito alla tentazione (Moggi testimone) di rompere con Capello e darsi alla macchia. «Sono diverso perché godo di molta più serenità dovuta a una serie di fattori: il matrimonio con Sonia ma anche la comprensione che un attaccante non può giocare sempre. Così sono rinato» confida Del Piero ed è la confessione del grande campione gentiluomo che accarezza addirittura l’ipotesi, scabrosa, d’aver sbagliato volutamente quel rigore contro il Parma. «Non è andata così ma eravamo tutti contenti che fosse andata così alla fine» racconta.
Basta la salute, un paio di scarpe nuove, lo scudetto appena arpionato e la sicurezza di poter andare incontro al mondiale prossimo con qualche carta in più da giocare rispetto al ’98 che fu una stagione di tormenti (per l’infortunio muscolare) e al 2002 in cui si accese a intermittenza. Adesso che si sente come il Massaro del Capello milanista, partenza da riservista e stagione da protagonista, può spiegare che la sua Juve «non è capace di gestire il vantaggio, non sappiamo togliere il piede dall’acceleratore». È il monumento della serenità, Del Piero. «Mi sento come quel Del Piero là, ma sul piano psicologico siamo due personaggi differenti, so gestirmi meglio in campo, so adattarmi velocemente alle situazioni» sottolinea.
Ma la felicità Del Piero non toglie alla Juventus e al suo staff dirigenziale quel tratto da macchina da guerra. Neanche dinanzi al duello tricolore vinto si ferma. E se «il Processo di Biscardi» continua a martellare con la moviola per lanciare sospetti sul primato bianconero, la risposta della società è appuntita. Attraverso il proprio sito ufficiale confeziona una scomunica vera e propria nei confronti della trasmissione del lunedì sera.
Con una complicazione che rischia di trasformare la vicenda in un duello rusticano con l’azionista di La7, Marco Tronchetti Provera, vicepresidente dell’Inter, chiamato in causa direttamente. La Juve, ecco il testo dell’affondo, «prende atto a malincuore che il "Processo" si esercita da alcune settimane a prenderla di mira dilatando alcuni errori arbitrali e ignorando quelli a favore dell’Inter», «non vuole pensare che questo dipenda dalla posizione del dottor Marco Tronchetti Provera», «ma di fronte alla parzialità della trasmissione, considera superfluo partecipare con i propri tesserati e invita i suoi tifosi a seguire trasmissioni più obiettive». La replica di Biscardi è serafica: «Bisogna saper vincere». Come disse Badoglio: la guerra (Juve-Inter) continua.