Del Piero si promuove capitano: "Io e Toni insieme, perché no?"

"Vorrei la fascia anche se mi dispiace per Fabio. Da seconda punta rendo meglio, far giocare i capocannonieri di A e Bundesliga è un’alternativa. La mia stagione? Merito della nascita di Tobias"

Baden - Preparatevi a recitare il tormentone che va di moda sui telefonini di mezza Italia, juventina e no («ah, come gioca Del Piero»). Preparatevi perché Alex ha messo da parte l’accostamento antico con Achille e tutti i fiaschi della sua carriera azzurra, persino le rivalità scandite dai diversi tornei, cominciò proprio con Donadoni a Inghilterra ’96 fino a Di Natale, nei giorni nostri. È pronto a sfidare e sfondare, anche con la Nazionale dopo aver firmato due anni «strepitosi con la Juve» e aver vinto praticamente tutto, «la mia carriera è lì davanti a tutti» ripete ossessivo. «Ora o mai più» sintetizza a un certo punto Del Piero consapevole della scadenza e della sua carta d’identità, 34 anni a novembre, che gli concede pochissime occasioni di ulteriore rivincita. A renderlo, d’improvviso, così sicuro e prepotente, così convinto del proprio stato di forma, una spiegazione tenera tenera da trascrivere negli asili nido del Belpaese. «Non è un caso che io abbia avuto un beneficio professionale dal giorno in cui è arrivato mio figlio Tobias. Ho fatto cose buone, ho raccolto insospettate energie dalla sua presenza in famiglia» la frase di papà Alex. Un figlio ti cambia la vita, d’accordo ma qui migliora anche sul lavoro.

Perciò oggi Del Piero re del gol made in Italy è pronto non solo a cogliere al volo la prima occasione dell’europeo ma anche la responsabilità diretta del ruolo di capitano: sulla carta gli spetta in forza delle sue presenze, 86 la cifra tonda tonda, qualche gradino sopra quella di Buffon, l’altro erede designato di Cannavaro. «Io mi sento capitano anche se mi dispiace da morire per Fabio e il suo infortunio» la sua dichiarazione che ha il sapore non certo di un golpe azzurro, piuttosto di una disponibilità totale a non arretrare dinanzi alla responsabilità. Ecco allora l’ultimo Del Piero, allegro e scanzonato, che gioca coi cronisti pelosi interessati alla faccenda del ruolo, meglio seconda punta oppure esterno in alternativa a Di Natale. Paziente come un diplomatico impegnato a lavorare tra israeliani e palestinesi, Alex cuce e rammenda. «Esistono tante soluzioni, starà al Ct scegliere, c’è posto e tempo per tutti nel torneo. Io sono disponibile, da seconda punta rendo meglio questo è scontato» continua a ripetere fino alla noia. Prima di lasciarsi sfuggire una sola ammissione: «Fare giocare insieme il capocannoniere della Bundesliga, Toni, e quello del campionato italiano può essere un’alternativa».

Come dire: c’è bisogno di ripeterlo in pubblico? A un certo punto prova a raccomandare ai cronisti di abbandonare il tema tattico per puntare su altri argomenti: ragazzi, più fantasia. E allora proviamo a guardare indietro. «Perché tanti flop in azzurro, Alex?». L’interrogativo è impertinente ma reso indispensabile dai riscontri storici: nel ’96 esce dopo la prima, deludente; nel ’98 si presenta con la bua, nel 2000 si divora il gol del 2 a 0 nella finale contro la Francia, nel 2002 si coglie un lampo contro il Messico, nel 2004 passa inosservato, in Germania s’accende in semifinale contro i tedeschi e scompare. La risposta è un capolavoro di abilità dialettica: «In Francia arrivai nel peggiore dei modi, da infortunato. Mai ho patito le rivalità in azzurro, Baggio o Totti. Ricordatevi: abbiamo vinto il mondiale perché siamo stati perfetti in Germania per un mese di fila. Non si può pretendere che uno sia perfetto per 12 mesi». Capito? Sono Del Piero, non una macchina.

All’ultimo mondiale arrivò nonostante Capello e quell’utilizzo, umiliante, dalla panchina, a mezzo servizio quasi come una colf. «Meglio dimenticare, spero col cuore che accada quel che ho in testa, saremo i primi solo se vinceremo e non è così semplice» ripete sereno e ottimista, galvanizzato da due anni fantastici che sono diventati il suo propellente. Anche lui sembra invocare un aiutino dalla sorte che può giocare, come a Duisburg, un ruolo decisivo. Col mercato della Juventus smarrisce la convinzione che lo guida tra i birilli di Baden. «Xabi Alonso o Aquilani?» gli chiedono di votare. E lui, democristiano, risponde: «Sarebbe meglio tutti e due, comunque decide la Juve».