Pietra tombale sul Pool di Milano

Non sappiamo quanto i nostalgici di Mani Pulite, delle fiaccolate e dei girotondi - ve ne sono ancora parecchi, e molto influenti, specie nei media - si siano accorti del significato dell’intervista che l’ex presidente della Corte di Cassazione Nicola Marvulli ha rilasciato ieri al Corriere della Sera. Probabilmente, di quell’intervista non hanno capito l’importanza: o meglio, non l’hanno voluta capire. Ma le parole di Marvulli gettano una pietra tombale su anni di discussioni - e di divisioni - tra coloro che sostenevano che i vari pool di Mani Pulite agivano senza finalità politiche, e coloro che invece hanno sempre pensato che certe inchieste erano mosse da un evidente accanimento di parte.
Riassumiamo i fatti. Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha annullato le condanne a Cesare Previti, Renato Squillante e Attilio Pacifico per la presunta corruzione nella vicenda della cessione della Sme; semplificando, era uno dei tanti processi contro Silvio Berlusconi e il suo entourage. La Cassazione non è entrata nel merito della colpevolezza o meno degli imputati, ma ha stabilito che i giudici di Milano non erano competenti - per territorio - a giudicare su quei reati, i quali reati - ammesso che siano stati commessi - sono stati commessi a Roma.
Naturalmente a sinistra ci si è stracciati le vesti per questa decisione della Suprema corte, considerata una scappatoia formale per Previti e i suoi coimputati. In una mesta intervista allo stesso Corriere della Sera, l’ex capo di Mani Pulite di Milano Gerardo D’Ambrosio ha detto che «chi ha perso è la giustizia», e che i suoi ex colleghi della Cassazione si sono comportati «come Ponzio Pilato». Parole meste soprattutto se confrontate, appunto, con quanto sosteneva nella pagina accanto Nicola Marvulli. Che cosa ha detto, infatti, Marvulli? Una cosa molto semplice: che anche uno studente in Giurisprudenza avrebbe capito al volo che Milano non poteva giudicare quei fatti. Citiamo testualmente: «Si contestava una corruzione avvenuta a Roma e il presunto corrotto era un magistrato che lavorava negli uffici giudiziari della Capitale». E siccome un magistrato non può essere giudicato dai colleghi del suo stesso palazzo di giustizia, scatta automaticamente l’assegnazione a un tribunale vicino e predefinito: nel caso di Roma, Perugia. «La competenza di Perugia era pacifica», ha detto Marvulli.
Ma allora perché, per anni, Milano ha voluto tenere per sé quel processo? Marvulli - il quale, si badi bene, è tutt’altro che un ammiratore di Berlusconi - ha parlato di «ostinazione», e ha aggiunto che la stessa Cassazione aveva già fatto capire chiaramente ai magistrati milanesi che la competenza territoriale era un’altra. Il perché di questa «ostinazione» Marvulli non l’ha detto e non lo può dire: ma lo capirebbe anche un bambino.
L’intervista di Marvulli al Corriere scivolerà via come sabbia tra le dita a chi ancora vuol credere alla favola di una giustizia che si benda gli occhi di fronte al colore politico dell’imputato. Ma in un certo senso rappresenta la fine di tante discussioni, e anche di tante ipocrisie, sulla genuinità e l’imparzialità della guerra giudiziaria alla corruzione. D’altra parte, un verdetto su quella stagione è già stato emesso dal popolo italiano. Ricordate? Nel 1992 più del 90 per cento degli italiani vedeva nel Pool di Mani Pulite i nuovi salvatori della Patria. Poi, l’indice di gradimento dei magistrati milanesi è crollato. Perché? Chissà. Forse perché si sapeva che certe torte se le dividevano tutti, ma solo alcuni finivano sul registro degli indagati o a San Vittore. Forse perché Silvio Berlusconi è stato fuori da ogni inchiesta fino a quando ha annunciato di entrare in politica, e di entrarci da una certa parte. I magistrati milanesi hanno sempre respinto con sdegno l’accusa di essere schierati. D’Ambrosio, in particolare. Ha sempre ricordato che fu lui, negli anni caldi, a scagionare la polizia per la morte dell’anarchico Pinelli. Però qualcuno ha scritto che fu lui a fermare Tiziana Parenti che indagava sul Pds; che fu lui a trovare le prove a discarico del tesoriere della Quercia; che fu lui a dire, quando arrestarono il compagno Greganti, che quello non era «il processo al Pds». Impressioni sbagliate? Può darsi. Però oggi D’Ambrosio è senatore dei Ds.
Strano destino, quello dei pm anti-corruzione di Milano. Di tutti loro, alla fine quello che se l’è cavata meglio è proprio Di Pietro, che veniva considerato un rozzo ex poliziotto da utilizzare come icona per il popolo affamato di manette. Almeno lui un ministero ce l’ha. Gli altri? Dimenticati, o ridotti al rango di reduci del bel tempo che fu. Nel Catalogo dei viventi di Dell’Arti e Parrini, appena uscito, la voce D’Ambrosio Gerardo occupa lo stesso spazio di quella che segue: D’Amico Ilaria. Vorrà dire qualcosa, forse.