Di Pietro adesso ci risparmi il terrorismo legalitario

Parole pesanti, quelle di Antonio Di Pietro: «Non si può, per il beneficio di uno, distruggere il sistema della giustizia e la certezza del diritto nel nostro Paese». Fanfaronate, gradassate dettate dalla smania di scandalizzare, di dare un senso alla sua pitocca azione politica sparandole sempre più grosse. E anche, e soprattutto, per affermare, ora che nell’Idv tira una forte aria di Termidoro, il suo primato nel fanatismo antiberlusconiano. Ed è così che il decreto legge sullo sveltimento delle pratiche giudiziarie, provvedimento che da tempo la (santa) Unione europea ci sollecitava, diventa tritolo, atto a distruggere non solo il sistema della giustizia, ma addirittura la certezza del diritto. Messa soprattutto in discussione, guarda caso, dalla estenuante lunghezza dei processi.
Una macchia che inzacchera tutta la magistratura e che ogni procuratore generale della Cassazione ricorda all’inaugurazione dell’anno giudiziario: dieci milioni di cause pendenti, 81 per cento i reati impuniti, otto anni e mezzo la durata media, dicesi media, di una causa civile, circa trecento condanne da parte della Corte dell’Aia per l’eccessiva durata dei processi. E sì che i giudici togati non mancano: 1,39 per 10mila abitanti, quando la media europea è dello 0,91. E nemmeno i soldi, mancherebbero: Svezia, Germania e Olanda svolgono processi civili in metà tempo di quanto necessario in Italia per cause analoghe, impiegando risorse pubbliche prossime a quelle italiane (44 euri per abitante in Svezia, 53 in Germania, 41 in Olanda e 46 in Italia). E con questi lasciti, con questo disastro, Antonio Di Pietro ha la faccia tosta di sostenere che non solo il «processo breve» previsto dal decreto legge fiaccherebbe la certezza del diritto, ma che addirittura manderebbe a gambe all’aria l’intero sistema giudiziario.
Fosse, quella prospettata nel decreto legge, una giustizia sul modello di quella applicata dai Tribunali del Popolo nel primo dopoguerra, faccende che si sbrigavano in una mezz’oretta (e che terminavano, per lo più, con la condanna a morte), si potrebbe anche capire. Ma qui parliamo di un limite di due anni per ciascuno dei tre gradi di giudizio, il che fa un totale di anni sei, equivalenti a mille e 600 giorni lavorativi. A volerne approfittare, ce n’è, di tempo.
Con tali presupposti, definire quello di Di Pietro una sorta di terrorismo giudiziario non ci pare fuori luogo. Perché brandire l’intoccabilità e immutabilità di un sistema che sarà forse perfetto, ma sicuramente è perfettibile come tutte le cose di questo mondo, come una mazza ferrata menando colpi a destra e a manca, significa tornare ai metodi di quello che non a caso fu chiamato, a partire dal 1793, Terrore. Di Pietro è troppo insignificante per ricordare anche solo alla lontana la figura di Robespierre, ma la tecnica è quella. Dategli delle manette - la sua «ghigliottina» - e le sentirete scattare notte e giorno. Però questo è tutto: Robespierre era detto l’«incorruttibile» e dunque niente Mercedes, niente garçonnière, niente scatole da scarpe con dentro fasci di banconote, niente di tutto ciò. E anche niente ipocriti tartufismi. Nel suo ferino opporsi al «processo breve», Di Pietro agita come una muleta la questione dei «privilegi», del «beneficio di uno», cioè della copertura immunitaria prevista e poi abrogata dalla Costituzione. Sostenendo che ciò vìola il principio democratico dell’eguaglianza dei cittadini. Naturalmente quando a tutelarsi o a cercare di farlo sono gli altri. Perché, come ogni buon predicatore e pessimo razzolatore, Di Pietro, per sé, l’immunità l’ha richiesta e ottenuta dal Parlamento europeo. Ciò che gli ha consentito di non varcare l’uscio del tribunale per rispondere dell’aver gravemente diffamato un magistrato. Insomma, per non subire una condanna (e sborsare, lui così attento al soldo, 250mila euri). Da uno così, questo è chiaro, non si accettano lezioni: libero di sostenere l’insostenibile, libero di sbraitare, ma i suoi sbraitìi non producono nemmeno un’eco, si perdono in un guaito.