Pietro Bembo, il poeta-cardinale emulo di Petrarca

Esce un’edizione delle «Rime», capolavoro della scuola umanistica

È un giovane filologo di scuola genovese, Andrea Donnini, il curatore dell’edizione critica delle Rime di Pietro Bembo (Salerno, pagg. 1298, euro 140). Argomentando tra i numerosi testimoni disponibili, Donnini sceglie di basarsi sul manoscritto Viennese 10245, che il Bembo (1470-1547) preparò a partire dal 1541 fino ai suoi giorni estremi. Non è certo la prima volta che anche i moderni si provano ad allestire il corpus integrale della lirica di colui che rese privilegiato e «istituzionale» il modello di Petrarca, reincarnandolo nei propri versi.
Di prestigiosa famiglia veneziana, Pietro aveva otto anni quando Bernardo, suo padre, lo volle seco a Firenze: fu la prima delle molte occasioni che gli si presentarono di respirare una cultura umanistica ormai prossima alla pienezza. Dopo Firenze, Messina; poi Padova e Ferrara (lì conobbe Lucrezia Borgia, con la quale intrecciò una relazione amorosa); e ancora, sei anni a Urbino; poi, il settennio romano, col Bembo nella segreteria di Leone X. A Roma, e ormai insignito del titolo cardinalizio, sarebbe tornato nel 1539, per non più ripartirne.
Accennavo al ruolo del Bembo come garante della eccellenza del modello Petrarca. Le 178 rime predisposte nel citato Viennese 10245 - e alle quali Donnini ne aggiunge di «rifiutate» o di non abbastanza rivedute - dovranno leggersi come un organismo correlato alle altre opere che del Bembo fecero un’autorità corteggiata e invidiata. Il nesso è specialmente con Gli Asolani (1505, un trattato in forma di dialogo, dedicataria Lucrezia Borgia) e con le Prose della volgar lingua (1525), dove in un essenziale disegno storico il Bembo esalta dignità e bellezza del volgare quale si illustra negli autori delle origini. Sul tema della «imitazione» (dei classici antichi ma anche di Dante e di Boccaccio), egli distingue tra il ricalco pedissequo del modello e l’emulazione, che di un testo mira invece e soprattutto a cogliere lo spirito. E le Rime vogliono essere giudicate proprio nella loro falsariga petrarchesca. Oltre che cantore di Laura, Petrarca è anche il poeta dell’Italia divisa e umiliata sotto il piede barbarico, nonché delle fertili amicizie; nutrito d’amore terreno, lo teme però come un ostacolo frappostosi tra l’umano e il divino. Tutto questo è Petrarca, sul cui gran volume il Bembo si cimentò anche in veste di commentatore. Mutati i nomi e le circostanze esterne, il Canzoniere petrarchesco è un patrimonio che Bembo traduce o traslittera in un «romanzo» suo proprio.
Se una discreta antipatia, fra Otto e Novecento, aveva mortificato le Rime come gelide esercitazioni, più di recente una valutazione equilibrata ha riconosciuto i meriti che spettano anche al Bembo poeta. E l’ampia documentazione che correda il lavoro di Donnini aiuta in tal senso: drammatizza, sia pur senza esagerare, il personaggio e ne sistema l’opera poetica entro una cornice viva.