PIETRO CARRIGLIO «Campanile, la satira che non muore»

Il direttore del Biondo Stabile di Palermo cura la regia della commedia «Povero Piero», al teatro Strehler da domani

Incontrarlo è un’esperienza di vita, prima ancora che di teatro. Perché Pietro Carriglio, che da anni dirige con una competenza pari soltanto alla sua caparbietà il Biondo Stabile di Palermo è un intellettuale dello stesso stampo del principe di Salinas. Tanto è vero che c’è chi lo chiama affettuosamente «l’ultimo Gattopardo». Dell’aristocratico alter ego di Tomasi di Lampedusa possiede infatti la nobile asciuttezza e la vivacissima curiosità intellettuale al punto che il teatro da lui diretto si è presto tramutato da un bastione locale in un faro che, dal Sud al Nord, illumina del suo riverbero tutta l’Italia. A cominciare dalle coproduzioni, non è vero, Maestro?, gli chiediamo con circospezione, che grazie a lei hanno finora permesso alla nostra scena di decollare con gli spettacoli più importanti delle ultime stagioni del teatro pubblico, dal Candelaio e Fahrenheit di Ronconi fino al Principe costante di Calderón nella versione di Lievi...
Come mai si è deciso a questa politica culturale?
«Per consentire alla nostra scena di uscire dalla terribile impasse in cui si trova e regalare al pubblico del nostro Paese spettacoli di qualità indiscussa che sono l’onore del teatro italiano. Intervenire a favore di enti come il Piccolo di Milano o il Ctb di Brescia non è un dovere per chi ama la cultura?»
Veniamo adesso alla sua attività di regista... Da qualche tempo a questa parte, le scelte artistiche di Carriglio e la sua puntigliosa cura di un cartellone di qualità han fatto uscire la Sicilia da un isolamento culturale che, fino a ieri, pesava gravemente sulla sua immagine. Come sceglie i copioni da rappresentare?
«In base a quell’amore per i classici del Novecento che in me è una seconda natura. Per questo negli ultimi anni ho privilegiato il Beckett di “Finale di partita” e lo splendido Ionesco del “Re muore”, un capolavoro quasi del tutto ignoto ai giovani. Inframmezzato da un ritorno alla Mitte-leuropa con lo Schnitzler di “Girotondo” e la riproposta del capolavoro di Eliot “Assassinio nella cattedrale”».
E l'accostamento a Campanile, che vedremo domani?
«Pochi sanno che, in gioventù, dopo aver conosciuto Carlo Levi, mi recai in amoroso pellegrinaggio dall’autore di “Se la luna mi porta fortuna”»
Fu un colloquio proficuo il vostro?
«Sì e no. Mi trovai di fronte a un intellettuale dell'Ottocento che, sotto un barbone fluente degno del professor Freud, mi aggredì col suo vocione roboante proponendomi uno dei suoi squisiti epigrammi».
Quale?
«Che risposta metterebbe in bocca, mi chiese, a un signore che, incontrato un amico, gli domanda “Dove vai?” e all’immediata reazione di quest’ultimo che replica “All'arcivescovado”, non sa che pesci pigliare? E a me, che restavo in silenzio, quell’uomo incomparabile obiettò: avanti, coraggio! Si sforzi un po’. Non le sembra che l’unica risposta da dare sia Dall’arcivescovengo”. Ecco, in questa botta e risposta surreale c'è tutto lo spirito del tempo, il piacere del calembour, la provocazione dell’assurdo»
Come mai adesso che tanti si concentrano sulle fulminee battute in un minuto del più stravagante dei nostri autori, lei si concentra su una pièce d’ampio respiro come «Povero Piero»?
«Perché questa strana commedia è una rappresentazione satirica dell’Italietta di ieri, coi suoi vizi e le sue virtù. Il nostro Paese, nell’immaginario di Campanile e, se me lo consente, anche in quello del sottoscritto diventa un salotto dove, come in un film nero di Luis Buñuel, si festeggia la morte di chi non c’è più e, quando ci si accorge che il defunto è ancora in vita, ci si dispera della sua mancata scomparsa. È in fin dei conti, una commedia sulla politica attuale, non trova?».
Povero Piero
teatro Strehler
da oggi al 29
Biglietti: 23,50-29,50