Pietro e Caterina zar all’europea

Marc Raeff, moscovita, classe 1927, è voce di punta dello slavismo americano. Studi a Berlino, Parigi, carriera universitaria alla Columbia, lo storico, quadrilingue, lettore infaticabile di documenti in originale, può radicare le vicende russe in una prospettiva paneuropea. Ne è saggio il suo La Russia degli Zar, titolo di pubblicazione Comprendre l’ancien régime russe, che riecheggia il Comprendre la révolution russe, di Martin Malia, suo collega di studi alla cattedra di Karpovich, Harvard.
Sono importanti questi cenni all’ambiente e al percorso formativo dello studioso, per penetrarne metodi e intenti. La quasi totalità di ciò che si è scritto sulla Russia, al di fuori dei suoi confini, si deve a penne americane, o naturalizzate. L’America comprese di aver mandato Roosevelt allo sbaraglio a Yalta. I suoi consulenti poco o niente sapevano del colosso sovietico. A porre riparo, si finanziarono studi, gruppi di ricerca, pubblicazioni. Si voleva conoscere il più possibile del potenziale nemico annidato dietro la cortina di ferro. Per studiare la storia del suo Paese d’origine, Raeff beneficiò di questo fermento nella patria adottiva. Il suo libro sugli Zar, uscito nel 1982, precede il crollo del muro e la dissoluzione dell’URSS in CSI, Comunità degli Stati Indipendenti. Perciò chi legge vi troverà espressioni come «storici sovietici» (da cui l’autore prende le distanze), che oggi può suonare anacronistico. Dettaglio che non scalfisce l’originalità, la completezza e l’attualità dell’impianto.
Raeff è fedele ai solidi canoni classici della storiografia. Segue Erodoto nel concepire la storia come «indagine», non escluso il senso giudiziario del termine, corroborata da prove documentarie sulle quali costruire sentenze, per quanto possibile oggettive, libere da ideologie. Emula Tucidide nello scandagliare le cause remote, stanandole nel torrente dei secoli. Da qui la sua analisi sull’atto di nascita, i germi, e sulla crescita dell’intelligencjia, quel malinteso, quel reciproco disprezzo che sempre segnerà i rapporti tra la crema dell’intellettualità russa e il governo in trono, sia esso l’autocrazia degli Zar, o il pugno spietato dei nuovi despoti.
I prodromi dell’intelligencjia vanno cercati nel «dominio illuminato» di Caterina II la Grande (1762-1797), che sulla scia di Pietro guardava con avidità all’Europa della ragione, e quindi ammetteva che un individuo colto, educato all’«occidentale», esperto di filosofia e di arte, potesse essere valido collaboratore al suo progetto di progresso spirituale e materiale della potenza russa. Ma temeva come il fuoco che due o, peggio, più individui di quello stampo si unissero in attività istituzionalmente autonome, anche se ispirate alla più trasparente buona fede, per promuovere solidarietà dinamiche che dalla sua piazzaforte del Cremlino (gli Zar non disponevano di dorati serragli come Versailles) era problematico disciplinare. Si può anche imbrigliare un illuminista isolato: in coppia, già formano una cellula sovversiva.
Del greco Polibio, Raeff apprezza il monito allo storico di evitare la faziosità. Giudica ingenua la visione slavofila che la Moscovia anteriore alle riforme di Pietro il Grande fosse un armonioso eden in cui un’élite aristocratica e paternalistica cullava il popolo contadino come un bambino in fasce. Le fratture esistevano, ne erano prova le rivolte, schiacciate brutalmente. Anche con i miti marxisti e radicali si fa poca strada, se l’obiettivo sono i bilanci veritieri. Così è da vedere se la rivoluzione bolscevica sia stata davvero l’esito matematico delle contraddizioni interne al rozzo capitalismo e dell’imperialismo connaturato al potere autocratico in stallo e agonizzante. D’altro canto, la storiografia liberale pecca di ottimismo quando ipotizza che, anche all’ombra degli Zar, la Russia si sarebbe evoluta in una modernità costituzionale, solo che non si fosse interposto l’«accidente storico» della Grande Guerra.
I grandi mutamenti del ’700 appaiono a Raeff indispensabili a spiegare la Russia odierna. Mosca ebbe il suo antico regime. Non mancarono Zar riformatori come, a metà ’800, Alessandro II, che abolì il servaggio, plasmò un’amministrazione, un sistema militare e d’istruzione unitari. Ma lo stile russo prevedeva un passo avanti e due indietro, con controriforme deleterie, rigurgiti di autoritarismo sacrale fuori tempo massimo. Con Raeff, la Russia cessa di essere lo schermo alieno su cui l’occidente proietta incubi e sensi di colpa. È un capitolo organico della storia europea e mondiale.