"Di Pietro era di destra. Poi torna dagli Usa e passa alla sinistra"

Intervista all'’ex leader della lista Mani pulite, Piero Rocchini: "Il suo voltafaccia ci sconvolse
tutti ma lui non volle dare spiegazioni"

Dottor Piero Rocchini, quale presidente del Movimento Mani pulite, lei fu uno dei primi a sollevare più di un interrogativo sui viaggi americani di Antonio Di Pietro...
«Lo ricordo benissimo. Prima, a tu per tu con Antonio, gli chiesi conto del perché avesse cambiato idea sul movimento, sui progetti, sulle speranze che univano tutti coloro che credevano in lui e nell’ideale alto della politica che pensavamo incarnasse. Dopodiché riversai al settimanale Epoca, nel giugno del 1996, il mio disagio per quel voltafaccia seguito al tour che Di Pietro fece negli Stati Uniti. E da allora, a cominciare da una sua singolare testimonianza in un processo per diffamazione, fra me e Antonio c’è stato prima un raffreddamento dei rapporti e poi una rottura totale».

Andiamo per gradi. A gennaio ’95 Di Pietro lascia la toga, a luglio vola negli Usa. Nel mezzo c’è il Movimento Mani pulite e c’è grande attesa su quel che farà da grande l’ex Pm...
«Nell’aria c’erano più strade da percorrere. Una era quella di considerare Antonio Di Pietro come riferimento etico fuori dalla politica attiva. In continuazione parlava di quello che avrebbe voluto fare da grande ma al dunque era sempre abbastanza vago. Faceva riunioni su riunioni, discuteva di programmi da stilare, coinvolgeva persone che poi lo hanno seguito fino al giorno del battesimo dell’Idv. Addirittura arrivò a prendere personalmente contatti con i dirigenti del Movimento che stranamente evitarono di dirmelo. Era chiaro che ambiva a ricoprire un ruolo attivo, di primo piano, in politica. Quando tornò dal viaggio non era più l’Antonio che conoscevo, quello che assieme a Veltri, Stajano e altri pianificò con me la formazione di un movimento trasversale, autonomo, che si rifaceva allo spirito di Mani pulite e al movimento di cui era ben informato. La sua idea iniziale era quella di utilizzare noi restando nelle retrovie. Non si voleva bruciare. Poi però il Tonino americano prese a fare strani discorsi, sosteneva che non era più il caso di continuare con i nostri entusiastici progetti politici, disse che era meglio combattere il sistema da dentro e non da fuori come a gran voce chiedeva la “sua” base. Ero perplesso...».

Torniamo ai circoli americani frequentati da Di Pietro...
«Andò, ufficialmente, per una serie di conferenze organizzate dal politologo Luttwak. Quando rientrò in Italia mi parlò di un suo impegno per rinnovare la classe politica non più come progetto autonomo dai partiti bensì come entità di appoggio a una determinata parte politica. L’aveva ripetuto in continuazione. Poi si buttò con il centrosinistra».

E la cosa la sorprese?
«Assolutamente sì. Di Pietro era, e si professava, uomo di destra. Era chiaro che in quanto magistrato, proprio per una questione di opportunità, non si sarebbe dovuto candidare. Poi qualcosa cambiò. Un giorno ci convoca tutti alla Directa, la società di sondaggi che avrebbe fatto parte dell’organigramma del partito che si sarebbe dovuto chiamare Movimento per i diritti del cittadino. Tira fuori un foglio, ci dice che lui avrebbe curato l’organizzazione e a ognuno trova un incarico e dà un compito, me compreso. Ci disse anche che i soldi non erano un problema».

E poi che è successo?
«Che Di Pietro, spinto da Veltri, decide di spostare il movimento a sinistra. Io protesto. Lui mi rassicura che c’è un progetto per stare al centro con il Ccd, grazie a Cimadoro, il cognato. Chiedo e gli chiedo se è normale allearsi con gente inquisita che ci porta nell’orbita di Berlusconi. Un casino. Alla fine me lo ritrovo con Prodi».

Ci perdoni Rocchini, ma perché Di Pietro poi nega tutto, compresi i rapporti con lei?
«Me lo chiedo ancora. Forse perché ero l’unico che aveva sollevato interrogativi pesanti sul suo modo di comportarsi, l’unico che gli chiese conto del cambio d’atteggiamento post America. Certo, non mi aspettavo quello che ha combinato nel mio processo per diffamazione nei confronti dell’imprenditore Giorgio Panto querelato per un’incomprensione politica che chiarimmo prima della sua morte. Per farla breve quando Di Pietro venne a testimoniare ero tranquillo, certo, che Antonio avrebbe detto la verità sui nostri rapporti e sul Movimento».

E invece?
«Disse cose fuori dal mondo. Arrivò a negare una frequentazione assidua, un’amicizia vera, una collaborazione politica intensa, documentata da centinaia di atti. Negò la comune strategia fatta di progetti messi anche nero su bianco. Persino sul viaggio che gli organizzai in Australia fu vago, disse che c’eravamo incontrati lì come se non sapesse che viaggiammo insieme da Fiumicino e che grazie a me fece trasferimenti interni, cene, conferenze e interviste. Ha addirittura sostenuto che non appena lesse degli atti giudiziari sul mio conto, riguardanti un’inchiesta su Ordine Nuovo, rabbrividì. Lui sa bene che sono stato coinvolto solo perché patito di paracadutismo e paracadutisti era alcuni indagati. Sa benissimo che mi hanno assolto definitivamente con tante scuse. Sa bene tutto ma ha negato l’evidenza solo perché, al ritorno da Washington, gli abbiamo detto che non eravamo disposti a tradire i programmi e i valori del Movimento».

È sorpreso da quanto si viene a sapere in questi giorni sui trascorsi di Di Pietro?
«Un passaggio di un mio libro di fantasia riassume il suo modo di pensare: Aggio ’a cumanna’»