«A Di Pietro i soldi di Occhetto: la Camera paghi»

da Roma

Sarà per solidarietà di «casta», sarà perché alleato principe di Veltroni, sarà perché il nome di Antonio Di Pietro incute ancora un certo timore reverenziale. Fatto sta che il leader dell’Italia dei Valori si trova da anni a beneficiare di uno speciale status di «intoccabile». Da ultimo, è la Camera dei deputati a «coprire» la gestione non certo trasparente dell’Idv, opponendosi al decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Roma a fine gennaio per la restituzione dei rimborsi elettorali delle Europee 2004. Una querelle che da anni si trascina nelle aule dei tribunali italiani e sulla quale la Corte europea dei diritti ha aperto ora un procedimento.
Di Pietro si presentò a quella competizione elettorale assieme all’associazione di Achille Occhetto, il «Cantiere», ottenendo due seggi all’Europarlamento e (soprattutto) un rimborso elettorale di 5 milioni 510mila euro. Metà della cifra è stata reclamata dal «Cantiere» quando l’alleanza politica si è sciolta, ma Di Pietro non ha mai voluto riconoscere un euro ai vecchi compagni di strada. Il nocciolo della questione è però un altro e ben più alto, visto che il pagamento dei rimborsi elettorali a partiti e movimenti politici è un’indennità di scopo, nel senso che è legata al «perseguimento di obbiettivi politici». E viene dalla legge subordinata all’esistenza dei minimi requisiti di legittimità, tra i quali la regolare redazione di un «rendiconto» (secondo quanto previsto dall’art.8 della legge n. 2 del 1997). Si può considerare legittimata a richiedere e ottenere i rimborsi elettorali l’«associazione Italia dei Valori», come da atto costitutivo del 26 settembre 2000? No, secondo i legali che assistono il Cantiere, Francesco Paola e Paolo De Caterini.
L’Idv nasce infatti come «libera associazione» per la «valorizzazione, la diffusione e la piena affermazione della cultura della legalità, la difesa dello stato di diritto, la realizzazione di una prassi di trasparenza politica e amministrativa». In quanto a trasparenza, però, non sembra poter insegnare nulla a nessuno: l’atto costitutivo viene firmato dallo stesso Di Pietro, da un’amica di famiglia, Silvana Mura, ex commerciante di biancheria a Chiari (Bs) e dall’avvocato abruzzese Mario Di Domenico. Di Pietro è nominato presidente e porta in dote il simbolo, registrato come «marchio di impresa personale». Il sodalizio dura poco: già nel novembre 2003 Di Domenico viene messo fuori e l’Idv (che nel frattempo ha già ottenuto oltre due milioni e mezzo di euro di rimborsi elettorali) diventa un «partito personale» di cui Di Pietro, e solo lui, detiene ogni potere e ha in mano le chiavi della cassaforte. Un giro di compravendite immobiliari (attraverso una società di cui Di Pietro è socio e amministratore unico) porta l’Idv a trasferire nel 2005 la sede nei dieci vani acquistati a Roma, in via Principe Eugenio 31. Tesoriera dell’associazione, nel frattempo, è tornata a essere l’amica di famiglia, Silvana Mura (che nel 2004 è diventata anche socia della srl di Di Pietro assieme al convivente).
Del tutto anomala è dunque la struttura della «libera associazione Idv», che assegna al presidente unico (sempre Di Pietro) ogni potere: titolarità del simbolo, modifica dello statuto, approvazione del rendiconto, definizione e presentazione delle liste, nomina del tesoriere, assegnazione degli incarichi, ripartizione e utilizzo dei finanziamenti, scelta dei soci veri (e non dei semplici aderenti, che possono iscriversi anche via internet). E i soci veri, accettati dal presidente davanti a un notaio, saranno soltanto due: la stessa Mura e l’ex moglie di Di Pietro Susanna Mazzoleni. Questa Idv «blindata», assieme alla società «An.To.Cri» (iniziali dei figli di Di Pietro: Anna, Toto e Cristiano), gestiscono i copiosi fondi arrivati dai rimborsi elettorali. In tutto, fino al 2006, oltre 22 milioni di euro.
Nel partito nessuno ha voce in capitolo, visto che l’articolo 10 dello Statuto prescrive che l’approvazione dei bilanci spetti solo al presidente. Tanto che il rendiconto del 2004 viene «autoapprovato dal solo Di Pietro con il verbale della sedicente autoriunione del 31 marzo 2005» (così ricordano i legali in una memoria depositata alla Camera dei deputati). «Può l’Autorità istituzionalmente preposta all’erogazione dei rimborsi elettorali rinunciare a qualsiasi tipo di controllo sui presupposti di legittimazione di chi riceve i fondi?», chiedono i legali del «Cantiere». E come ha gestito i soldi pubblici, Di Pietro? Arduo stabilirlo, visto che la Camera dei deputati sostiene ancora di non essere tenuta a nessun controllo. Fortuna vuole che cane non morda cane, e l’ultimo arrivato nella «casta» può continuare a proclamarsi il più «casto» di tutti.