Di Pietro imbocca la corsia preferenziale Al pm bastano otto giorni per archiviare

Sospetti sulla gestione finanziaria dell’Italia dei valori: il giudice per le indagini preliminari vuole più tempo per decidere

Luca Rocca

da Roma

E poi dicono che la giustizia procede a rilento.
Il procedimento penale che vede Antonio Di Pietro sott’inchiesta per truffa, falso, appropriazione indebita vanta, infatti, record difficilmente eguagliabili. E non solo perché la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro delle Infrastrutture il 2 gennaio 2007 salvo chiedere l’archiviazione appena otto giorni dopo (il 10 gennaio). Ma perché alla voce «spese sostenute» risulta un risultato assolutamente sorprendente: «nessuna». Nemmeno un euro, per una telefonata o una fotocopia. Segno che per svolgere accertamenti approfonditi sui numerosi documenti prodotti dall’ex braccio destro di Di Pietro per smentire l’ex pm sulla gestione finanziaria dell’Italia dei valori, la procura di Roma ha ritenuto inutile procedere oltre. Salvo poi incappare in un gip che alla luce delle rivelazioni pubblicate e del contraddittorio in aula tra Di Pietro e l’ex collaboratore Mario Di Domenico, ha preferito prendere tempo, riservandosi una decisione sull’eventuale rinvio a giudizio del leader dell’Idv.
A sollevare interrogativi sulla straordinaria celerità del procedimento è stato, in aula, l’avvocato Roberto Ruggiero, difensore di Di Domenico: «Nove giorni appena! Senza che sia stato fatto nulla e sottolineo nulla, da quello che ho potuto verificare, e risottolineo “nulla”. C’è un’annotazione nelle carte, quella che i magisrtrati son costretti a fare, e cioè quanto è costato il processo. Periti, contro periti, indagini e lì notiamo la scritta “nessuna spesa”, a conferma che nulla è stato fatto in relazione a eventuali accertamenti su quanto denunciato». Apriti cielo. Battibecco col pm, precisazioni, insinuazioni, ironie. Un’udienza davvero singolare, questa che il 27 febbraio a sorpresa ha visto materializzarsi in aula il diretto interessato, Antonio Di Pietro.
«Voglio rendere dichiarazioni spontanee, credo che la strumentalizzazione di questa vicenda non possa andare oltre» premette il ministro ad inizio soliloquio. L’ex pm si difende dalle accuse inerenti la personalistica gestione dei soldi del partito e delle operazioni della sua immobiliare «Antocri».
Sul punto cruciale di tutta l’inchiesta - ovvero la firma che il suo ex braccio destro, Mario Di Domenico, nega di aver apposto per l’approvazione del bilancio prodromica all’ottenimento dei finanziamenti pubblici - però glissa. Non ne parla. Mai. In compenso Di Pietro chiede al Gip di decidere subito («mi oppongo a qualsiasi rinvio») e di procedere con l’archiviazione immediata. Il Gip, come detto, è stato di parere contrario.
Il primo affondo Di Pietro la riserva al Giornale: «Questa è una vicenda delicata che si sta svolgendo a ridosso delle elezioni e per questo ha assunto una particolare connotazione, e ancor oggi le prime tre pagine del Giornale, che è bene sapere è stato il primo risarcimento di danni che ho ottenuto di 400milioni di lire quando in altra epoca venivo in queste aule come parte lesa per altre diffamazioni». Dopodiché passa a contestare le accuse mosse da Di Domenico sul giallo delle dimissioni dall’Idv, negate pervicacemente dall’ex segretario. Quindi affronta lo spinosissimo problema della Srl immobiliare «Antocri», socio unico Di Pietro, che con un capitale di 50mila euro avrebbe acquistato immobili per quasi due milioni di euro (da qui il sospetto di Di Domenico che quei soldi provengano da fondi elettorali dell’Idv).
Sul punto il ministro sbotta: «Non c’entra nulla con la vicenda Italia dei valori. Io credo che un fatto così normale e avulso della mia attività politica, la costituzione da parte mia di una società di capitali avente per oggetto l’acquisto di immobili, sia un mio diritto». Di Pietro consegna documenti «che comprovano - dice - la regolarità di ogni operazione». Aggiunge che «ovviamente con 50mila euro non si comprano questi immobili» ma «tutti dovrebbero sapere che gli acquisti, o meglio una società di capitali oltre al capitale riceve anche il finanziamento in conto soci. Ebbene produco documenti da cui risulta che io personalmente, dal mio conto personale, con attestazioni bancarie e postali ho provveduto al finanziamento della Antocri nel corso degli anni per un totale di un milione e 183mila euro». Di Pietro specifica che le somme si ricavano da «fonti importanti di reddito», compresa la vendita di due appartamenti a Busto Arsizio. Respinge le accuse di aver fatto il gioco delle tre carte tra Idv e Antocri, spostando soldi da una parte all’altra affittando le sue case al suo partito: «Se Antocri non avesse affittato a Idv avrebbe affittato ad altra società, ad altra realtà, entità. Si può discutere sulla opportunità o meno di questa operazione e se ne è valsa la pena; se dovessi tornare indietro, preferirei non farlo per tutta questa cattiva pubblicità che ne ho ricevuto. È grave però voler considerare che i beni di Antocri siano stati realizzati attraverso l’Idv. Non c’è stato alcun indebito arricchimento, né con le vendite né con gli affitti. Idv e Antocri sono due cose distinte». Talmente distinte, ribatte ironico Di Domenico al gip, che dal verbale di delibera assembleare del 30 aprile 2007 si apprende che «la Antocri si riunisce nella sede del partito politico Idv a via Felice Casati 1 a Milano».
E ancora: «Dal bilancio si evince inoltre che Antocri ha beni comprati nel biennio 2003-04 e non nell’arco di 150 anni, per un milione e 773mila euro. Di Pietro dice che la metà di questi sono a mutuo, ma dice una bugia perché nel bilancio c’è scritto che il mutuo passivo è di 385mila euro. Se lui ha detto che ha contribuitò per metà» vuol dire che il totale dovrebbe ammontare a quasi 900mila euro. «E invece no, risultano solo 385mila euro. Ecco, poco fa abbiamo assistito a un’altra bugia» chiosa Di Domenico.