"Di Pietro insulta per non rispondere"

Il capogruppo del Pdl: "Ha scelto la strategia del coniglio perché sa
di aver detto bugie, l’attacco al Giornale è un segno di nervosismo. Il
senatore Li Gotti? Ricordo quando pietiva un seggio da noi"

RomaUn Antonio Di Pietro che ha scelto la «strategia del coniglio» sfuggendo al dibattito pubblico sulle intercettazioni che coinvolgono il figlio Cristiano. Il senatore Luigi Li Gotti dipinto come un «cercatore di poltrone» e un partito che non può ergersi a difensore della moralità. Questo è il quadro dell’Italia dei valori tratteggiato dal presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, che solidarizza con il direttore del Giornale, Mario Giordano, dopo i pesanti attacchi mossigli dal sito Internet del partito dipietrista. Sono «segnali di nervosismo» che devono indurre il Pdl a incalzare l’Idv mettendone in evidenza le contraddizioni interne.

Presidente Gasparri, ma veramente si può definire «paranoico pericoloso» un giornalista?
«Ormai Di Pietro ha scelto la strategia del coniglio e lo invito a un pubblico confronto».

In che senso?
«Dice bugie e afferma che il figlio è interessato alla costruzione di una caserma perché evidentemente ha letto le intercettazioni. Ma nelle trascrizioni Cristiano Di Pietro chiede a Mautone se “quei fornitori sono stati chiamati”. Il Giornale fa domande precise e Di Pietro evita di rispondere. Da chi ha saputo che Mautone era intercettato? Non è sufficiente affermare che si è trattato di fiuto investigativo. Perché Cristiano Di Pietro nel luglio 2007 non rispondeva più alle telefonate? Non potendo rispondere nel merito sguinzaglia degli abbaiatori».

Però è stato il senatore Li Gotti a scagliare il sasso?
«Li Gotti è stato un militante missino, in passato ha pietito un seggio nella Casa delle libertà e ho personalmente ricevuto richieste dai suoi ambasciatori. A un certo punto, si è affiliato all’Italia dei valori ed è diventato sottosegretario nel governo Prodi».
Insomma, le polemiche sarebbero dettate dall’opportunismo.
«Ci sarebbe da fare uno studio psichiatrico su Li Gotti e sulla sua ricerca di poltrone. È un caso tipico italiano e penso che su questo punto si trovi d’accordo con Di Pietro & C.».

Secondo lei, quindi, si crea una confusione mediatica per evitare di entrare nel merito delle questioni.

«Il capofila degli abbaiatori è Marco Travaglio che non accetta il contraddittorio rispetto alle tesi pubblicate da Filippo Facci sul Giornale. Poi ci sono i vari Li Gotti, Pedica e Donadi che sperano di zittire le voci critiche alzando i toni della polemica. Ma sono moralisti un tanto al chilo: frequentano camorristi, cercano favori e in Campania hanno arruolato personaggi come Francesco Barbato».

Il presidente dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, risponderà a queste sollecitazioni?
«Di Pietro non deve scappare, tanto lo becchiamo: in Parlamento o in qualche confronto televisivo. Si deve preparare a rispondere. E non basterà l’aggressione mediatica. Non credo che il direttore Giordano cambierà argomenti in virtù dell’atteggiamento dell’Italia dei valori. Sono segnali di nervosismo e di difficoltà, quindi bisogna insistere su questa strada».

D’altronde, l’Idv è un partito eterogeneo in quanto a composizione della propria classe dirigente.
«Effettivamente sembra uno di quegli equipaggi che si vedono nei film di avventura nei quali un capitano arruola la ciurma nella taverna del porto».

L’Italia dei valori ha esagerato nel brandire la spada della legalità e della questione morale giacché non è immune dall’utilizzo di alcune pratiche della politica?
«L’Idv ha dimostrato di predicare in un modo e razzolare in un altro. D’altronde, lo stesso Di Pietro ai tempi di “Mani pulite” non proseguì l’inchiesta sulla maxitangente Enimont nei confronti del Pds, sospettato di averne ricevuto una parte, perché, a suo dire, non vi erano elementi. Ma io ritengo che in realtà meditasse di chiedere qualcosa a D’Alema e Veltroni».

A proposito di democratici, il dialogo con il Pd rischia di arenarsi ancora?
«Il Pd sta dimostrando un comportamento assurdo. Veltroni dovrebbe chiedere scusa agli italiani e far dimettere i sindaci di Napoli e di Pescara, Rosa Russo Iervolino e Luciano D’Alfonso».