Di Pietro, l’arcitaliano che si fa un baffo della coerenza

Ma Di Pietro capirà l’ironia? Ne parlavamo giù al bar del paese dopo una partita a ruzzica, lanciando cioè le popolari forme di formaggio. C’è chi diceva che capisce solo le mazzate e chi sosteneva che viceversa ha letto Voltaire. E insomma dopo un po’ è venuto un dubbio anche a me. Penso che Di Pietro non sia una figura infernale, ma un italianone furbo, che s’aggiusta, che fra quello che dice e quello che fa ci mette in mezzo non il mare ma un oceano.
Lo dico dopo aver letto lo splendido articolo che gli ha dedicato ieri Filippo Facci commentando l’incredibile storia di Di Pietro che, chiamato in causa (civile) da un altro magistrato che lui ha offeso attribuendogli un fatto mai accaduto e poco onorevole, ha pensato bene di ricorrere all’immunità parlamentare per mettersi in salvo e al riparo dal rischio di perdere dei buoni quattrini. Naturalmente l’ha fatto in un modo astuto, da contadino scarpe grosse e cervello fino, ricorrendo cioè al Parlamento di Strasburgo, quello europeo, che gli ha concesso la furbata. E allora mi ha preso una sorta di fou rire, quella voglia di ridere irrefrenabile. Non vorrei essere frainteso: non ammiro Di Pietro, ma gli riconosco quella furbaggine astuta che lui difende spesso alzando la voce, mandando tutto in caciara e ingarbugliando le parole.
Lo confesso: io sono un cultore, quasi un collezionista delle sue sgrammaticature e delle sue rozzezze e devo dire che quasi ammiro quella faccia da contadino impunito che ricorda Bertoldo, o del manettaro che a piazza Navona in un primo momento si schiera col Papa e in un secondo con la satira. E poi mi diverte frugare un po’ nel suo passato che è quello di un servitore dello Stato, sì, ma nell’ombra, lontano dai riflettori.
Ricordo quando andai a trovare la famiglia Setti Carraro molti anni fa per La Stampa per scrivere un ricordo della povera Emanuela, la giovane moglie del generale Dalla Chiesa, barbaramente uccisa col marito a Palermo. La mamma di Emanuela, mi disse: «Indovini chi veniva sempre col generale e restava seduto su quella sedia con la mitraglietta sulle ginocchia? Proprio lui! Antonio Di Pietro il procuratore». Con la mitraglietta al seguito di Dalla Chiesa? Davvero era un poliziotto? Non sembra risulti dagli elenchi. Un agente segreto? Di certo è laureato in legge e la leggenda metropolitana che lo vuole fintamente laureato è una balla. Càpita a tutti di scrivere balle.
A lui è capitato quando ha scritto che il giudice Filippo Verde era imputato per il Lodo Mondadori e che influenzò l’annullamento della sentenza favorevole a Carlo De Benedetti. È stata una svista. Succede anche ai procuratori passati alla politica. E succede anche che uno si scateni contro le immunità e poi ne faccia uso, magari in Europa per non fare troppo chiasso in patria.
La coerenza? E chi ha detto – seriamente – che sia una virtù? Uno oggi è contro la casta, ma magari domani può prendere un passaggio per un breve tratto sul taxi della casta. In fondo, siamo uomini o caporali?
Di Pietro è un uomo simbolo. Simboleggia l’incazzatura italiana e allo stesso tempo è uomo di mondo, anche se di un piccolo mondo strapaesano. Come diceva sua madre? (è lui stesso che lo racconta): «Onora i morti e frega i vivi». Siamo nati e cresciuti nel Belpaese, che diamine, mica a Piccadilly Circus. E nel Belpaese le pecore sono pecore, le mamme sono mamme e i vivi e i morti hanno trattamenti diversi perché l’importante è non farsi fregare ma fregare gli altri. Di Pietro è saggezza popolare, è partita a bocce, è scapaccione al figlio ma allo stesso tempo protezione assoluta, è congiuntivo impervio, è fonetica di montagna. Di Pietro è l’arcitaliano. Per esempio: tutti dicono che è di destra (ed è vero), ma gioca a sinistra. A sinistra fanno finta di non riconoscerlo, ma a destra tendono a tirargli carote e frutta andata a male. Ma a lui questo piace. Più è incoerente e chiassoso, più allarga la sua visibilità.
E allora anche la questione della immunità di cui si è avvalso per non risarcire il giudice Verde che lo aveva citato in una causa – si badi bene – civile e non penale, ha senso. La coerenza, diceva quel tale, è degli imbecilli. Qui, poi, si tratta di bei quattrini. E ci sembra di sentirlo: finché si scherza, si scherza, ma qui so’ soldi, mica bruscolini. E ha ragione.
È intransigente, ma come quel personaggio spagnolo dei Promessi Sposi: «Adelante, Pedro, y con juicio», avanti, Pedro, e con giudizio, senza fare gli scalmanati. Di Pietro non è un descamisado anche se spesso la camicia esuberante gli esce dalla cinta dei pantaloni. È un uomo di legge e di schiaffone, di sentimenti franchi e di ricotta fresca, affetti solidi ma rumorosi. È quel genere di italiano per cui le cose si aggiustano, la voce grossa si fa soltanto se si riscuote l’applauso in trasferta, i panni sporchi si lavano in famiglia, tanto va la gatta al lardo, chi la fa l’aspetti, e così via.
A lui il Lodo Alfano, per motivi politici, va di traverso. È di parte, e ne ha diritto. Ma se la cosa ti tocca è un altro paio di maniche. Per lui le cose che riguardano se stesso e chi gli sta intorno, si aggiustano. Le cose che fanno i nemici non si perdonano e bisogna dargli addosso. Non è forse un italiano da esporre al caro Museo di Pesi e Misure di Sèvres? Ecco lì: nella teca a temperatura costante. Non dovete chiedergli cultura, non un passato in cui tutti possano ficcare il naso, non dovete chiedergli niente. Non ha la pretesa di difendere valori assoluti. Italia dei Valori sì, ma con juicio, Pedro. Sono valori paesani, nostrani. Insomma, se qualcuno mi tocca Di Pietro, faccio ricorso al WWF: chi meglio di lui sa contraddirsi fingendosi coerente?