Di Pietro leader dal fascino scaduto, chi lo segue prende i voti e scappa

L’addio di Franca Rame è solo l’ultimo di una lunga serie. C’è chi ha resistito accanto all’ex Pm meno di ventiquattr’ore. Nella lista degli "insofferenti"
anche il cognato
e Pietro Mennea

Per Tonino, poveretto, è l’Italia dei dolori. Seduttore e regolarmente abbandonato. E l’annuncio struggente dell’addio dell’altro giorno firmato da Franca Rame, senatrice del suo gruppo, è solo l’ultimo di una lunga serie: «Da domani farò quello che devo fare». Se Dario ha preso il Nobel, per Franca siamo dalle parti dell’Oscar: migliore attrice drammatica.
Ma, per l’appunto, Di Pietro ormai deve averci fatto il callo. L’addio a Francesco Saverio Borrelli, il compagno di vita giudiziaria, era stato commovente: si erano tanto amati. Quello con il resto del Pool dei tempi d’oro, è stato quasi omeopatico. Il saluto a Susanna Mazzoleni, la compagna di vita tout court, è stato civile e personalissimo, ma qui ci fermiamo. Non è argomento politico e siamo abituati a rispettare il privato.
Sul versante politico, invece, parlano gli atti parlamentari. E lì si scopre che la cifra stilistica del Tonino post toga, più ancora che la battaglia sulla giustizia o il «che c’azzecca», è proprio l’addio. Da subito, da quando nel 1997 alle suppletive del Mugello è stato eletto senatore della Repubblica. Immediata l’adesione al gruppo misto nel sottogruppo «I democratici-l’Ulivo», dove l’ex Pm trova subito anche un seguace: il senatore Mario Occhipinti. Dura un paio d’anni, fino al momento in cui Tonino cambia nome alla sua componente nel misto, che diventa «Insieme con Di Pietro». Il problema sta nell’«insieme». Nel senso che Di Pietro c’è, ma con lui non c’è Occhipinti, né nessun altro. E in quella legislatura - la tredicesima - non va meglio a Montecitorio: la pattuglia dipietrista è composta da tre ex deputati della Rete, Rino Piscitello, Giuseppe Scozzari e Franco Danieli. Piscitello, in particolare, è il più caldo di tutti e ogni volta che si alza in aula ruggisce un incipit che ha come variabile indipendente: «Parlo a nome dell’Italia dei Valori». E, ogni volta, dai banchi del centrodestra, partono boati ululanti di urla e fischi. Finisce al solito modo: con Piscitello e Danieli nei Democratici di Parisi e Scozzari nei Popolari. E, soprattutto, finisce con Tonino che conia un nuovo termine che lui ritiene il massimo delle offese: i «piscitelli», rigorosamente minuscolo, promosso a nuova categoria dello spirito. A Di Pietro va male persino in famiglia: nel Ccd prima e fra i mastellian-cossighiani poi c’è addirittura il cognato e amico Gabriele Cimadoro, perennemente dato per prossimo all’ingresso nell’Italia dei Valori. Ma, alla fine, entra solo in altri partiti. E fa pure il sottosegretario nel secondo governo D’Alema: quattro mesi e tre giorni. Oggi hanno fatto pace.
Fra il 2001 e il 2006 cambia la legislatura, ma non cambia la musica. Anzi, il trauma della separazione è ancor più duro. Perché Tonino, che i suoi voti li ha sempre avuti, corre da solo e sfiora il quorum: ma il 3,9 per cento non gli basta a entrare alla Camera. Al Senato, grazie ai resti regionali, gli andrebbe meglio e l’Italia dei Valori elegge Valerio Carrara, cacciatore bergamasco. Non dura nemmeno 24 ore: va nel misto, si costituisce il suo sottogruppettino, l’Mtl, che sta per «Movimento territoriale lombardo», di cui è l’unico componente, e infine approda a Forza Italia.
In questa legislatura, lo sbarco di Tonino è di quelli massicci: 20 deputati e cinque senatori. Finisce nel solito modo: al Senato dà l’addio quasi subito Sergio De Gregorio che viene eletto presidente della commissione Difesa e fonda il suo partitino «Italiani nel mondo» e ora tocca alla Rame. Alla Camera la prima che se ne va è la casalinga per antonomasia Federica Rossi Gasparrini, che finisce con Mastella, seguita da Giuseppe Ossorio e Salvatore Raiti, approdati nell’Ulivo.
E non va meglio a Strasburgo: nella scorsa legislatura abbraccia Tonino per poi lasciarlo Pietro Mennea; in quella attuale, prima fa l’alleanza con Achille Occhetto e Giulietto Chiesa, poi litigano. Quindi, tocca al subentrante Beniamino Donnici, che è con lui, poi rompe con l’Italia dei Valori, poi rifà la pace. Giusto il tempo di entrare all’Europarlamento come dipietrista ed essere dichiarato decaduto poco dopo.
Uomo sfortunato, Tonino.