Di Pietro nega all’Idv la lista delle sue ricchezze

Quando lasciò la magistratura aveva due immobili, ora ne ha dieci tra
Milano, Roma e Montenero. Al congresso l’ala grillina propone
d’istituire una "anagrafe patrimoniale" per controllare gli eletti, ma
l’idea viene annullata dopo l’intervento del leader

Una volta le case erano due, poi sono diventate dieci. Nel mezzo una carriera politica. Difficile, poi, presentarsi come il paladino dell’anti-casta. Spiegatelo all’ala grillina dell’Idv, che l’altro giorno al congresso del partito si è vista sfilare di mano una proposta per fare trasparenza sull’attività e sui patrimoni dei vertici. Nella grande sala dell’hotel Marriott a Roma è andato in scena un giallo, che si scioglierà forse solo quando la famosa mozione Pardi verrà riscritta sulla base delle modifiche fatte a voce ma non verbalizzate.

Ma cos’è successo veramente? L’ennesima magia: complice probabilmente il bailamme dei lavori finali, è successo che l’«anagrafe patrimoniale» degli eletti, proposta dalla mozione, si è trasformata semplicemente (e magicamente) in una «anagrafe» degli eletti. Ma la differenza non è lieve, la prima sarebbe una radiografia delle proprietà del dipietrista, prima e dopo la parentesi politica, la seconda la semplice identificazione anagrafica dei parlamentari e dei vari consiglieri Idv eletti nei vari enti.

Dunque due cose completamente diverse, che però Tonino - forse confondendosi - ha mescolato, trasformando un’opzione di trasparenza in un’ovvietà amministrativa, tanto che lo stesso Di Pietro ha aggiunto - un po’ comicamente - che quella richiesta era ridondante, perché «i dati degli uomini politici dell’Idv sono già tutti noti»: nome, cognome, luogo di nascita etc. Certo, «ma si parla di anagrafe patrimoniale!!!», ha allora urlato dalla sala l’onorevole Renato Cambursano, deputato piemontese dell’Idv già tesoriere della Margherita. Infatti nel testo originario si leggeva: «Il partito deve garantire la più trasparente anagrafe degli eletti: gli elettori devono sapere con quali mezzi gli eletti entrano ed escono dalla politica».

Ma il concetto, ingombrante anche per il partito degli onesti, è sparito sotto gli occhi di tutti, annacquato nell’anagrafe senza patrimonio, una banalità che non serve a niente. Eppure Pardi, autore della mozione che ha portato un barlume di critica dentro un congresso superblindato per la rielezione plebiscitaria del leader, sventolava le fotocopie del suo documento come se avesse vinto lui contro l’apparato. Si vedrà, quando (e se) le modifiche verranno scritte, cosa rimarrà dello spirito «riformista» iniziale. Probabilmente ben poco, se le modifiche corrisponderanno a quelle fatte a voce dal capo durante la discussione.

Se l’anagrafe dei beni posseduti, prima e dopo aver fatto parte della Casta, esistesse davvero nell’Idv, il primo a poter raccontare un’evoluzione patrimoniale davvero straordinaria sarebbe proprio il leader Di Pietro, l’inventore dell’Idv, il partito che dieci anni fa non era niente e oggi aspira al 10% (anche se i sondaggi per le Regionali lo danno in discesa, dall’8% delle Europee al 6 e qualcosa). Se ci fosse, l’anagrafe patrimoniale di Tonino racconterebbe una passione per il mattone che nel giro di dodici anni ha portato il leader dell’Idv a possedere una decina di case (tra acquisti per sé, la moglie e per i figli), passando dalle due della fase pre-politica: la masseria di Montenero di Bisaccia ereditata dalla famiglia e la villa a Curno. Da lì a poco sarebbe cominciato uno shopping immobiliare di tutto rispetto per l’ex Pm nel frattempo diventato politico. Nel 1999 Di Pietro è europarlamentare, e per la bisogna compra un appartamento a Bruxelles, per 200milioni di lire circa.

Ma è solo un piccolo colpo, quelli veri arrivano più tardi. Nel 2002 si aggiudica un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: otto vani per un totale di 180 metri quadrati, pagato circa 650mila euro (in parte con un mutuo acceso alla Bnl). L’anno dopo, a Montenero, Tonino cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati, sei vani e mezzo poi ampliati a otto grazie al condono edilizio del 2003. Spesa: attorno ai 300mila euro.

Non basta, il fiuto immobiliare di Tonino colpisce ancora, e l’ex Pm compra a Bergamo un quarto piano di 190 metri quadrati, in un palazzo Liberty in centro a Bergamo. Un dono per i figli Anna e Toto, un regalo importante. Lo stesso giorno la moglie compra un appartamento, due cantine e garage sempre a Bergamo: il costo oscillerebbe intorno agli 800mila euro. Passa un altro anno e nel 2004 Di Pietro (tramite la sua società Antocri) acquista un’altra casa, questa volta a Milano, nella centrale Via Felice Casati. Un appartamento di 190 metri quadrati che viene via con 614mila euro, di cui 300mila con un mutuo. Siamo al 2005 e anche quell’anno non passa senza un altro colpo immobiliare, a Roma però. Qui si aggiudica, per più di 1 milione di euro, un appartamento in via Principe Eugenio a Roma, come sede capitolina del partito. Passa ancora del tempo e arriviamo al 2006, quando Tonino compra all’asta, in condizioni rocambolesche, un altro appartamento a Bergamo, in via Locatelli, ad un prezzo molto scontato, meno di 210mila euro, grazie alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare Inail. Nel 2007, poi, inizia i lavori di ristrutturazione della masseria di Montenero di Bisaccia, operazioni che devono costare care viste le dimensioni della proprietà: 33 frazionamenti pari a 16 ettari.

Lo stesso anno papà Tonino regala un altro appartamento ai figli, a Milano in piazza Dergano. Finita? No, l’amore per la terra natìa è troppo forte e nel 2007 compra una nuova masseria, proprio dirimpetto al vecchio terreno. Spesa di 70-80mila euro, a cui va aggiunto il lavoro di ristrutturazione già avviato e costato finora una cifra - così dicono dal paese - pari a 120mila euro. Dunque uno shopping immobiliare di 200mila euro totali. Di Pietro ha spiegato che non c’è nessun mistero, ma i conti sono complicati. Certo farebbe un bell’effetto, questa sfilza di immobili, nell’anagrafe patrimoniale che vorrebbero i grillini dell’Idv.