Di Pietro ora dà i numeri ma è bocciato in economia

La ricetta dei giustizialisti per uscire dalla crisi? Più spese, meno
entrate e nessuna copertura. Sembra il motto borbonico: festa, farina e
forca

Antonio Di Pietro, nella nuova versione di lotta e di governo, ha fatto approvare dal suo partito un documento economico che, ove fosse preso sul serio, come programma di governo, farebbe immediatamente crollare la credibilità finanziaria dell’Italia e del nostro debito pubblico. E pertanto, metterebbe in crisi l’Unione europea. Il programma si basa, infatti, sul principio, scarsamente apprezzato negli ambienti finanziari e nelle agenzie di rating, della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Forse Di Pietro si è confuso fra il suo cognome San Pietro, che può fare miracoli, (ma in genere non in questo settore). Fatto sta che nel programmone, di una quarantina di cartelle, fa spicco la «soluzione geniale» consistente nei tre numeri 20, 20 e 20.

Il primo 20 riguarda l’aliquota del 20% che dovrebbe essere applicata ai redditi di lavoro, in luogo delle maggiori aliquote attuali. Il secondo 20% riguarda la tassazione delle rendite finanziarie, che dovrebbe passare dal 12,5% attuale per l’appunto al 20%. Ed il terzo 20 lo possiamo definire «dulcis in fundo», poiché si riferisce alla proposta di aumentare del 20% in tre anni le retribuzioni del pubblico impiego. Il che, naturalmente, comporta un aumento medio del 6,66% annuo.
È chiaro che l’annuncio che l’Italia abbassa al 20% le aliquote Irpef sui redditi di lavoro genererebbe immediatamente la certezza di una voragine nel gettito dell’imposta personale sul reddito. L’aumento di aliquota della cedolare potrebbe dare 10 miliardi di maggior gettito: ammesso che i capitali non fuggano spaventati. La perdita di gettito nell’Irpef sarebbe un multiplo. D’altra parte il simultaneo annuncio dell’aumento al 20% della cedolare secca sulle rendite finanziarie, quindi anche sugli interessi del debito pubblico, farebbe crollare la borsa e spaventerebbe i risparmiatori, già intimoriti dal buco nell’Irpef. E, per finire, i mercati finanziari verrebbero anche informati che, mentre si riduce il gettito delle imposte, le spese per gli stipendi della Pubblica amministrazione, nel triennio dovrebbero lievitare di una cifra quasi doppia di quella consentita da un aumento proporzionale alla crescita del Pil monetario, stimabile in un 11%.
Ma nel programma di Di Pietro-San Pietro, i calcoli sulle variazioni delle entrate e delle spese del pubblico bilancio - dovute alla sua terna secca di 20, 20, 20 - non ci sono. Per chi ha il potere di moltiplicare i pani ed i pesci, queste sono quisquilie. Invece, trattandosi di una mozione congressuale presentata al termine di una «convention» dell’Italia dei valori in cui veniva acclamato il candidato alla guida della Regione Campania (nella persona di Vincenzo De Luca, sotto processo per mega casi di abusi edilizi come sindaco di Salerno) non poteva mancare un quarto numero, per passare dalla terna alla quaterna, che è particolarmente amata nell’area dell’antico reame di Napoli. Ed il quarto numero è scaramantico, si tratta del 13, che si riferisce alla tredicesima mensilità.

Nel programma di Di Pietro la tredicesima dovrebbe essere esonerata dall’Irpef almeno per il 2010, anno difficile, come lui dice, per i bilanci delle famiglie a reddito fisso. È difficile calcolare la perdita di gettito di questa misura, ma va tenuto presente che essa comporta una diminuzione del 7,8% del gettito dell’Irpef sui redditi di lavoro, che, a loro volta, danno il 70% almeno del gettito globale di questo tributo. Dunque una perdita di gettito di oltre il 5% dell’Irpef, cioè uno 0,6 circa del Prodotto Interno Lordo. Ma la «copertura» di questo regalo di Natale non viene indicata. È da presumere che, trattandosi del Natale, qualcuno faccia un miracolo. Ma se il miracolo non c’è, questo minor gettito si sommerebbe alle altre minori entrate e maggiori spese del programma.

A questo tipo di finanza, che Di Pietro definisce liberale, forse confondendo questi termine con «liberalità», egli aggiunge anche un salario di ingresso di mille euro al mese per ogni giovane, stabilito per legge, così resuscitando la famosa teoria sessantottina del «salario variabile indipendente». Ma una parte che si potrebbe definire liberale, nel senso del «lasciar fare, lasciar passare», in questo nuovo programma dell’Italia dei valori c’è, ammesso che sia liberale il disordine pubblico. Infatti nella parte sulla immigrazione il programma propone di abrogare la legge Bossi-Fini, di dare a tutti gli immigrati che sono già in Italia il permesso di soggiorno, compresi tutti i clandestini, e di dare al più presto a tutti la cittadinanza.
Non a caso ho citato sopra l’antico reame di Napoli. Infatti nel programma, accanto a queste proposte economiche, ci sono le proposte forcaiole della parte riguardante la giustizia. Così esso fa venire in mente la massima dei Borboni di Napoli, che si compendiava in tre parole «festa, farina e forca».