Pietro Paolo, il campione di sarditudine

(...), accompagnato dal ghigno di cui sopra e dal roteare degli occhi scuri e vivi. C’è in lui davvero la sarditudine alla quale tentò di aggrapparsi e con la quale fare resistenza ai continentali che lo costringevano al trasloco.
Ci sono la discrezione e la generosità, il piacere della vita ma non certo la vita di piacere, il senso profondo dell’amicizia e un carattere che pare selvatico come certi scorci maestosi della sua terra ma, frequentadolo, è mite, altero ma affettuoso. Virdis calciatore elegante, con la pipa e un gatto appresso dunque anche sul prato a dare calci a un pallone, mai urlatore e molestatore, furbastro e cascatore, semmai astuto e perfido all’occorrenza, destinato a far scrivere e parlare anche per una malattia, la mononucleosi che quasi venne scoperta dal popolo calcistico grazie a lui, pensate un po’ tutti a sfogliare vocabolari e trattati di medicina generale.
La notizia prese di sorpresa, che mai sarà? che mai accadrà? Niente, Virdis ha fatto, segnato e vinto quello che c’era da fare, segnare e vincere, tra Nuorese, Cagliari, Juventus, Udinese, Milan, Lecce, ha sollevato coppe dei campioni (c’era anche lui nella notte di Barcellona contro lo Steaua), ha sdraiato portieri (Zenga in un derby sta ancora raccogliendo trifogli a San Siro), ma mai ha ricevuto il bacio della nazionale, secondo idiozie nostrane. Gianni Brera lo aveva ribattezzato Massinissa, come il generale di Numidia, sembrava lento ma nella strategia era perfetto (così il gatto).
Si porta appresso due nomi, santi di un solo giorno, come un altro atleta sommo dello sport italiano e mondiale, dico Mennea, e una caratteristica li unisce: la scontrosità è la pellicola di una timidezza vinta con lo sport e con la vita di tutti i giorni, senza proclami, vendette, minacce, il parlare faticoso per monosillabi, quasi un fastidio a lasciar andare via le parole, più leggere dei pensieri. Ma va benissimo così.
La sarditudine non si è affievolita anche se ormai ha scelto il continente, ajò, qui ha messo dimora e lavoro, tra cibi e vini, roba buona e bella, con qualche tocco o variazione raffinata ed esotica, a conferma che non mi ero sbagliato, quel pomeriggio di trent’anni fa, salendo le scale verso la mansarda. Non so dove sia finito il micio addormentato, so dove si rifugia Pietro Paolo Massinissa. Prosit.