Pietro Parenzo

Era uno dei figli di un senatore di Roma ed era sposato. Questo è tutto ciò che si sa di lui fino al 1199, anno in cui il papa Innocenzo III lo mandò come podestà ad Orvieto. Qui la situazione era tesa, sia perché la città e il papa avevano opposte rivendicazioni sulla cittadina di Acquapendente, sia perché Orvieto era praticamente dominata dagli eretici catari, che vi avevano addirittura una specie di vescovo, il «perfetto» Pietro Lombardo. Il nuovo podestà procedette subito con mano di ferro contro i sobillatori e i faziosi, scongiurando il rischio di una guerra civile e attirandosi il plauso dei cattolici. Ma, al contempo, i catari gli giurarono odio sempiterno. Per la Pasqua, il Parenzo tornò a Roma a fare rapporto al pontefice. Poi, ben sapendo quali rischi correva, prima di rientrare ad Orvieto fece testamento. Infatti, una congiura contro di lui era stata attentamente preparata. La notte fissata per l'agguato, con l'aiuto di un servo venduto, i sicari poterono trovare non sprangate le porte del palazzo podestarile. Il Parenzo fu colto nel sonno, legato, imbavagliato e portato in tutta fretta fuori città. In un capanno in campagna gli chiesero, in cambio della vita, di ritirare tutti i suoi provvedimenti e dimettersi. Al suo rifiuto, lo uccisero a colpi di martello e pugnali. Quando la notizia dell'omicidio si sparse, il popolo si sollevò contro i catari, riuscendo a far tornare Orvieto interamente cattolica. I congiurati furono duramente puniti e i loro beni confiscati e distribuiti ai poveri. Sulla tomba dell'ucciso si verificarono fin da subito molti miracoli.
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