Di Pietro: «Questo governo non dura Le Grandi opere solo grazie alla Cdl»

Il ministro delle Infrastrutture chiede di andare alle urne dopo la riforma della legge elettorale: «Non può durare una maggioranza che si regge su un solo voto»

da Roma

«Signori, presto, che fra un po’ si chiude». Le parole sono di Claudio Baglioni, ma funzionano bene per semplificare i concetti che il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, ieri ha espresso con la sua solita schiettezza in un’intervista a Sky Tg24.
«Non credo che questo governo arriverà a fine legislatura - ha dichiarato - anche se Romano Prodi me lo ripete ogni giorno. Un governo che si regge su un solo voto al Senato è un governo che si presenta alle Camere tirando la monetina». Il numero uno dell’Italia dei Valori non è nuovo a queste sortite, ma ieri ha fornito anche la causa delle proprie affermazioni: pensare alla prossima tornata elettorale. «Questa situazione che ci è stata consegnata dal voto degli elettori - ha aggiunto - determina in vari gruppi politici la necessità di riorganizzarsi pensando al futuro».
In un simile contesto anche le disquisizioni sulla Finanziaria (più spesa o più tagli) lasciano il tempo che trovano. «Il governo Prodi - ribadisce Di Pietro - si regge anche su come si sveglia e come decide di essere comprato o di vendersi un singolo parlamentare, è un governo che dice: “Io speriamo che me la cavo”». È inutile farsi illusioni. «Nell’Unione - ha sottolineato - esiste una dicotomia tra chi vuole spendere e chi vuole risparmiare. Due esigenze ugualmente giuste, ma per compierle occorrerebbe una maggioranza coesa e numericamente sufficiente». Oggi come oggi, una contraddizione in termini.
Anche per questo motivo il ministro ha rilevato la necessità di nuove elezioni una volta raggiunto l’accordo su una nuova legge elettorale, o attraverso il referendum o tramite un’intesa parlamentare. «È opportuno che il cittadino decida chi debba governare, anche per togliere potere di contrattazione a senatori “fluttuanti”», ha precisato Di Pietro. «Bisogna ridurre il numero dei partiti, dare al cittadino la possibilità di decidere chi governa, sapere con chi ci si allea prima delle elezioni. A queste condizioni, mi va bene la proposta di Vannino Chiti come quella di chiunque altro», ha affermato ancor prima che da Gemonio la Cdl annunciasse di aver trovato un’intesa comune sul tema.
Il ragionamento, però, non è stato sviluppato per intero. Assunta come dato di fatto l’insofferenza di Di Pietro per l’attuale composizione della maggioranza e per i diktat della sinistra radicale, il titolare delle Infrastrutture non ha voluto aggiungere ulteriori dettagli. Anche se è noto il disappunto per l’esclusione della sua candidatura dalle elezioni per l’assemblea costituente del Partito democratico. E, tolto il Pd e considerata l’antipatia dipietrista per il «grande centro», a sinistra non rimane molto spazio.
Forse Di Pietro voleva dire qualcosa di più quando ha lodato l’operato del centrodestra e del suo predecessore Lunardi in materia di grandi opere. «Io appartengo alla coalizione del fare e quando giro il Paese non domando ai miei interlocutori se sono di destra o di sinistra. Anzi, visto che il centrosinistra ha problemi sulle infrastrutture, sto raggiungendo molti accordi con l’opposizione», ha detto. «Stiamo realizzando grandi opere grazie al centrodestra e devo dire che molto è stato fatto dal governo Berlusconi che con la legge obiettivo ha indicato le priorità», ha concluso.
Possibile che tutto si limiti a un atto di riconoscenza? Non ci sono certezze. Soprattutto, quando pezzi di maggioranza si mostrano insofferenti. Come ha fatto ieri il candidato leader Pd, Rosy Bindi, commentando il Di Pietro-pensiero. «Penso convenga a tutti sapere che continuare a tirare la corda non serve a nessuno», ha ammonito tirando poi la solita stoccata a Veltroni, Rutelli & C. «Anche fare il controcanto al governo non serve perché dopo Prodi ci sono le elezioni», ha chiosato.
Se a tutto ciò si aggiungono i malumori del liberal Bersani, stanco di dover tirare la carretta e di doversi pure sorbire i continui richiami di Veltroni e Rutelli sul tema tasse, il quadro è un po’ più chiaro. E Di Pietro meno solo.