"Di Pietro in seminario? Voleva fare il Papa"

Roma - «Me lo ricordo bene Tonino in seminario. Voleva diventare prete, ma sognava di fare il Papa. Un tipetto furbo, con gli occhietti vispi, lui e il suo amichetto del cuore, quello che ha poi miseramente tradito in età avanzata. Grazie a Dio, Di Pietro non è arrivato al soglio di Pietro, con la “d” minuscola». Remo Di Giandomenico, ex docente del futuro ministro Antonio Di Pietro nel seminario vescovile di Termoli, già parlamentare dell’Udc e sindaco della medesima città, ride sotto i baffi per le attuali “disgrazie” del suo giovane alunno. «Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te, recita uno di quei dieci comandamenti che ad Antonio non sono mai entrati in testa», butta lì Di Giandomenico. «Se ha indossato la toga anziché la tonaca, un motivo c’è. Il Padreterno vede sempre lontano. E non è il solo precetto rimasto inascoltato».

A che cosa si riferisce?

«Non fare falsa testimonianza... ».

Si riferisce all’inchiesta di Napoli e alle «bugie» sulla talpa che lo informò delle indagini su Mautone?
«Parlo in generale...Tonino perde il pelo, ma il vizio è sempre quello»

Com’era da piccolo, com’è stato dopo, com’è adesso?
«Tonino era un alunno modesto ma furbo. Un tipetto dagli occhi vispi e parac... tutt’altra cosa rispetto all’amichetto del cuore, Pasqualino, che gli scriveva testi e libri, e che poi Tonino ha miseramente tradito in età avanzata. Quell’alunno mediocre diceva malvolentieri le preghiere, la sua materia preferita non era certamente l’italiano, ma era sveglio, molto sveglio, sin dalla prima media. Ricordo che fu l’unico che non venne mai sospettato d’aver asportato l’elemosina dal confessionale».

Dopo di che?

«L’ho perso di vista. Ha fatto la sua vita, è diventato famoso a Milano, fino a che, nel 2001, le nostre strade si sono incrociate di nuovo: l’anno delle elezioni. Io correvo per la Cdl e l’Udc, Antonio con una lista che portava il suo nome. Era sicuro di vincere, e invece prese una sberla. Non me l’ha mai perdonata. E per me, di lì a poco, sono iniziati i problemi».

Che tipo di problemi?

«Manette e gogna mediatica. Sono finito dentro un’inchiesta senza né capo né coda - un maxiprocesso con 112 indagati - che dal 2003 ancora non vede la luce. Tutti noi, me compreso, attendiamo ancora una semplice richiesta di rinvio a giudizio. Pur di far quadrare il cerchio un magistrato amico di Tonino è arrivato ad arrestare ingiustamente persino un colonnello dei carabinieri. Il risultato è comune a tante persone».

Cioè?

«Tagliato fuori dalla politica quando stavo per concorrere nuovamente con altissime probabilità di vittoria. Hanno tolto di torno chi, per dirla con Tonino, non era politicamente corruttibile».

E oggi come lo vede?
«Male. Chi di giustizia ferisce, di giustizia perisce. Il danno alla sua immagine è ogni giorno più evidente, ma era destino che finisse così. Anche col figlio s’è comportato in modo strano: prima l’ha scaricato, poi l’ha difeso, poi di nuovo scaricato, fino a che l’ha fatto dimettere in quel modo farsesco e furbetto».

Prima diceva del compagno di banco di Di Pietro in seminario. In che senso lo ha tradito?
«L’amico del cuore di Tonino, quello che sa tutto ma proprio tutto di Di Pietro, anni fa venne coinvolto in una vicenda oscura: accusato di aver ucciso la moglie. Tonino non aveva più la toga, s’era messo a fare l’avvocato. Si precipitò da Pasqualino Cianci, si fece raccontare tutto, prese le sue difese, e un bel giorno in tribunale si presentò tra i banchi della parte civile: aveva tradito l’amico, e aveva tradito il mandato. Finì che Tonino venne sospeso per tre mesi dall’ordine forense di Bergamo. Un comportamento inqualificabile. Indipendentemente dalle effettive responsabilità di Pasqualino, un amico non si abbandona mai nel momento del bisogno. Antonio Di Pietro fece una cosa vergognosa, e quel che è peggio è che la fece al suo migliore amico».