Di Pietro Al Senato passa l’inciucio per il suo segretario

Finalmente Antonio Di Pietro ha vinto la sua personale battaglia. Fuori i condannati dal Parlamento? No. Tornano le preferenze? Nemmeno. E allora? Allora succede che, dopo mesi di battaglia, l’Aula del Senato ha modificato il regolamento di Palazzo Madama per permettere l’elezione di due senatori a segretari d’Aula. Uno dei quali spetta proprio all’Italia dei Valori (alla fine risulterà eletto il fedelissimo Aniello Di Nardo, con 82 voti). Una battaglia di retroguardia che colma un vuoto di democrazia ma anche un regalo di Natale per i dipietristi a carico di Pantalone, visto che per il cruciale compito di «tenere nota degli iscritti a parlare, fare l’appello nominale, dare lettura dei processi verbali e accertare il risultato delle votazioni» Di Nardo e la Pdl Simona Vicari (eletta con 182 preferenze) porteranno a casa 3.400 euro di indennità in più, oltre a 11mila euro destinati ai collaboratori, l’ufficio di rappresentanza, l’immancabile auto blu e altri 8mila euro per «elargizioni» a associazioni e istituzioni.
Lo «scandalo» dei segretari d’Aula è scoppiato all’alba della nuova legislatura. Quando Di Pietro si era dapprima rimangiato la promessa di fare un gruppo unico con il Pd, anche per l’eccellente risultato elettorale, e poi aveva litigato coi colonnelli democratici sull’assegnazione dell’agognata e danarosa poltrona di segretario d’Aula. Un peccato mortale, in tempo di crisi. E infatti, passata qualche settimana per capire di aver commesso un colossale e carissimo errore strategico, i dipietristi hanno iniziato ad alzare la voce invocando il dovuto. Dopo altre settimane di fitte trattative nel Consiglio di presidenza è arrivato l’accordo bipartisan. Siccome i posti sono tutti occupati, e gli «aventi diritto» tanta voglia di rinunciare alle prebende non l’avevano mica (sarebbe toccato a un senatore dell’opposizione), ecco l’idea: aggiungiamo due posti a tavola. Uno all’Idv e uno alla maggioranza, non sia mai che il principio di rappresentatività proporzionale debba essere violato per uno scopo così poco nobile.
La modifica dell’articolo 5 del Regolamento del Senato è stata votata a metà novembre, ed è valida solo per questa legislatura. A rompere le uova nel paniere i soliti Radicali eletti in quota Pd, Marco Perduca e Donatella Poretti. Che prima hanno detto «no» alla modifica ad Dipietrum, poi ieri, davanti al voto definitivo di Palazzo Madama, hanno lanciato il «loro» allarme democratico: «Abbiamo espresso il nostro dissenso alla tenia della partitocrazia e ai suoi trucchi uscendo dall’aula al momento del voto, in linea col nostro voto contrario di novembre. Anche perché - è stato il loro ragionamento - chi è rimasto ha dovuto votare fino a quando non è stato eletto un membro del gruppo dell’Italia dei Valori». Il nome del «prescelto» Di Nardo, peraltro, non era nemmeno stato avanzato ufficialmente. «Qualche dipietrista è pronto a cambiare casacca», hanno malignato i due senatori. Il prescelto, dunque, dovrà giurare fedeltà a Di Pietro. Perché una sua capriola politica potrebbe «formalmente» costringerlo a dimettersi. E allora, altro giro altra corsa.
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