Di Pietro sparge odio da una piazza all’altra

L'alone lo si vedeva. L'afrore lo si immaginava. Quanto al vociare, non si poteva far altro che subirlo. Sempre lo stesso vociare, peraltro. Il suo solito: tonante quanto sgrammaticato. Così ieri, a Roma, stimolando in un ampio raggio attorno a sé quasi tutti i sensi umani - meno che il tatto, ma è stata ben magra consolazione - l'onorevole Antonio Di Pietro è ritornato a vestire i panni a lui più consoni e meno stretti: quelli del più popolare Tonino, da Montenero di Bisaccia. Panni quindi ben più plebei - camicia a maniche corte abbondantemente marezzata dal sudore - rispetto alle sue inedite (e su di lui stridenti) grisaglie da leader di partito. Ma sfoderando comunque quegli immutabili toni tribunizi che del resto lo hanno reso celebre.
È andato insomma lì dove lo portava la protesta. Quale? Non importa, per lui quel che contava ieri era protestare. Che fossero i terremotati dell'Aquila o le associazioni dei disabili. E allora giù: «governo dell'odio!», «governo sordo e cieco!», «governo che deve andare a casa!». Peccato soltanto che ieri a Roma ci fosse un sole a palla e non cadesse una goccia dal cielo, perché sarebbe stato perfetto per uno scontato, ma pur sempre efficace, «piove, governo ladro!».
Così, a braccia quasi perennemente alzate per eccitare e aizzare la folla, con le umide ascelle in conseguente e imbarazzante favore di telecamere, Tonino ha percorso ipercinetico, rimbalzando qua e là come la pallina di un antico flipper, il centro di Roma. Urbe che in omaggio a quel «dacci oggi il nostro corteo quotidiano», divenuto ormai da anni il leit motiv del tran tran capitolino - con seguito di traffico paralizzato, vigili impazziti, cittadini esasperati e giapponesi comunque sorridenti e divertiti - vedeva in agenda due manifestazioni. Quella appunto di chi protestava contro i ritardi nei lavori post terremoto nel centro dell'Aquila e quella degli invalidi contro i tagli nella manovra economica del governo.
L'argomentazione che quei ritardi aquilani abbiano forse radici più profonde nelle inefficienze dell'amministrazione locale del capoluogo abruzzese che non di quella nazionale, così come peraltro la pacata considerazione che una più occhiuta e severa attribuzione delle pensioni ai disabili non può che andare a favore di chi disabile lo è per davvero, per Tonino sono entrambe soltanto quisquilie.
Oltre che andare lì dove lo porta la protesta, lui ormai va lì dove si prendono i voti. Quelli elettorali, s'intende. Perché pur senza mettere limiti alla Provvidenza, per un futuro da don Tonino (però suonerebbe bene, quasi un titolo da serial tv), c'è forse e fortunatamente ancora tempo.
Ieri, infatti, è stato ancora e soltanto il Tonino in veste laicale. Con il leader dell'Italia dei valori impegnato a cavalcare da un punto all'altro della Città Eterna, nella bolla umida e appiccicosa che la avvolgeva, la protesta legittima di chi, comunque sia, soffre e sta male. E lui sempre lì, in prima fila, piombando improvviso come un condor. Con le braccia alzate, la bocca spalancata e quei suoi occhi sbarrati, quasi spiritati, che abbiamo imparato a conoscere già tanti anni fa, quando faceva il pm.
Eppure «il parlamentare dell'Idv Antonio Di Pietro cerca una mediazione tra la polizia e alcuni manifestanti in via del Corso», recitava curiosamente ieri la didascalia di una fotografia messa in rete dall'Ansa. Annotiamo e scriviamo «curiosamente» dal momento che, sfidando miopia, presbiopia e financo un sempre possibile astigmatismo, chi scrive non ha intravisto nella foto in questione nessun agente di polizia. Soltanto i manifestanti eccitati e Di Pietro che li eccitava. Quasi speculari, lui e una pettoruta signora con berrettino rosso: bocca spalancata, braccia alzate, ascelle in primo piano. Appunto, imbarazzante.