IL DI PIETRO TOMBALE

E comunque questo è il Di Pietro tombale. Comunque vada a finire, qualsiasi cosa succederà d’ora in poi la visita di Tonino alla Procura di Napoli segna inevitabilmente un passaggio fondamentale per la sua storia politica: magari il leader Idv resterà ancora a lungo sulla breccia, magari prenderà voti, piazzerà assessori e consiglieri provinciali. Ma d’ora in avanti non potrà più rivendicare la sua diversità. E quando attaccherà la solita nenia delle mani pulite e dell’anti-casta dovrà fare attenzione perché una risata lo seppellirà.
Campania infelix. In sintesi il viaggio dell’ex pm nel capoluogo partenopeo si è chiuso con il seguente bilancio: a) ha scoperto che il figlio è indagato; b) ha fornito la quinta (o sesta) versione diversa alla domanda sulla «inquietante» fuga di notizie relativa all’inchiesta Mautone (tra un po’ confesserà che gliel’ha detto Frate Indovino); c) ha fatto capolino nella sezione regionale trovando il suo partito lacerato come un criceto finito nelle fauci di un dobermann, con dirigenti che quando sono gentili si accusano l’un l’altro di essere camorristi. Povero trattorista: ci mancava che gli rubassero il Rolex, e poi il servizio era completo.
A questo punto, per dirla in dipietrese, la frittata è fatta. Il danno irrimediabile. Cristiano (glielo auguriamo) dimostrerà la sua innocenza, Tonino (lo speriamo) riuscirà finalmente a spiegare come ha saputo dell’inchiesta, il partito campano troverà la pace, con o senza mediazione dei Caschi blu dell’Onu. Ma se anche tutto questo dovesse realizzarsi, ormai il dato politico resta: i grandi moralizzatori hanno bisogno di essere moralizzati. Si sono dimostrati uguali o, anzi, peggio di tutti gli altri. Non è una cosa da poco soprattutto per chi ha costruito tutto il suo percorso sulla pretesa lotta al malcostume: quando scopre che in realtà il malcostume, anziché contrastarlo, contribuisce a diffonderlo, allora non ha più motivo politico di esistere.
Lo dimostra il fatto che i più fedeli cantori del giacobinismo dipietresco stanno stringendosi a coorte, dimenticando le ghigliottine giudiziarie in virtù di un neobuonismo forse cattolico, sicuramente Cristiano. Marco Travaglio per anni ha chiesto la testa di chiunque avesse anche una piccola ombra antica nel suo curriculum e diventa invece assai tollerante nei confronti degli attualissimi guai del Di Pietro jr: dimettersi? E perché dovrebbe dimettersi? In fondo è solo indagato. In fondo faceva solo raccomandazioni. In fondo telefonava per piazzare i suoi amici usando le utenze del ministero (cosa che in altri casi ha comportato l’automatica attribuzione del reato di peculato). Di fronte a situazioni del genere, normalmente, Travaglio comincia a picchiare pesante sul tamburo della specchiata virtù. Invece ora niente: altro che tamburo, è lì, con il flauto in bocca, musica dolce e tante coccole. Evidentemente anche i Torquemada tengono famiglia.
D’altra parte che Di Pietro fosse il tipico italiano, furbetto del trattorino, in fondo già lo si sapeva. Che i suoi pensieri da sempre siano addirittura meno eleganti delle sue giacche, pure. Che ci volete fare? Per dimostrare che si fanno davvero le cose alla luce del sole non basta arare qualche campo in piena estate. Anche questo lo si sapeva. Ma qui c’è qualcosa di più delle semi-comiche e ormai note contraddizioni di un personaggio da film di Alberto Sordi: c’è il crac definitivo della bolla politico-speculativa di Tonino. Per un partito che si chiama Italia dei Valori, infatti, perdere per strada i Valori è più che dannoso, è mortale: significa perdere la propria ragione sociale, significa accumulare un deficit patrimoniale e un insostenibile debito di credibilità. Significa, politicamente, portare i libri in tribunale: la sezione penale può attendere, quella fallimentare non più.